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Oncologia

Odiava la corsa. Ha messo le scarpe da runner contro il tumore

pubblicato il 27-10-2017
aggiornato il 02-11-2017

La storia di Milena, testimonial di Pink is Good contro i tumori femminili. «Il cancro mi ha insegnato a condividere. E che emozioni con le compagne del gruppo della corsa»

Odiava la corsa. Ha messo le scarpe da runner contro il tumore

Dice di essere la più scarsa nella corsa. Ma se si tratta di fare una battuta, strappare una risata, o insegnare come si mette un mascara, allora è la numero uno. Milena Calestani è una delle tre testimonial della campagna per il progetto Pink is Good contro i tumori femminili. È entrata a far parte del Running Team, un gruppo di donne supermotivate e accomunate da due cose: l'esperienza del cancro e la volontà di dimostrare a tutte quelle che combattono contro un tumore che la malattia non ferma la voglia di vivere. Nella vita di Milena, da sempre, una passione per la moda, certo non per le scarpe da runner. Ma fra pochi giorni partirà per New York, alla volta della maratona delle maratone. Non la correrà, ma sarà in prima fila a fare il tifo per le compagne.

Come hai saputo del progetto Pink is Good?

«Ne sapevo poco o niente, avevo partecipato alla prima Pittarosso Pink Parade nel 2014, perché mi aveva invitato un’amica fanatica della corsa. Io ero stata appena operata di un tumore al seno, nel mese di agosto. Mi disse: "Non puoi non farla". Ero reduce da un intervento e dovevo iniziare la chemioterapia. "Non corro, al massimo cammino". Quest’anno la mia amica mi ha mandato il link con la candidatura per entrare a far parte del Running Team. "Ci sono due cose che non sopporto nella vita: correre e nuotare. Falla tu". "Non posso, non ho avuto un cancro al seno". "Che culo", le ho risposto. "Dai, vedrai, succederanno tante cose, sono sicura che andrai a New York". Le dissi di fare lei la domanda, io non avevo tempo. Tanto non mi prendono, pensavo».

E invece eccoti qui. Cosa hai pensato quando hai saputo di essere stata scelta nel team?

«Ah… Non ho dormito due notti. Alla fine mi sono detta: se è successo è perché deve succedere. Si vede che ho ancora tante cose da imparare. Così a febbraio, nel giorno del mio compleanno, sono andata al colloquio nella sede della Fondazione Umberto Veronesi».


Sono trascorsi diversi mesi. Oggi come ti trovi nel gruppo?

«Ho capito perché non mi sono mai avvicinata alla corsa. È dura, durissima. Roba per gente tosta. Non basta avere fiato, né bastano le gambe, serve la testa. Però è vero che aiuta».


Anche quando si è uscite da cure oncologiche pesanti?

«Ho fatte due cicli di chemioterapia, quindi otto in tutto, cominciando dalle “rosse” fino a taxolo e tamoxifene. Con effetti pesanti per le ossa. La mia elasticità articolare non tornerà quella di prima: è la realtà con cui chi ha fatto determinati percorsi di cura deve fare i conti. Correre non risolve questi problemi, ma serve a tenere il cuore allenato, a sostenere il tono muscolare e quindi sollecitare meno le articolazioni. Quando ho iniziato ero preoccupata, ma il gruppo è servito anche per capire che non ero l’unica ad avere certi problemi fisici. Vedevo che dopo esserci accosciate magari per scattare una fotografia anche altre facevano fatica a risollevarsi in piedi».


Detesti ancora la corsa?

«Non tutti sono in grado di correre 42 chilometri, io non penso che li farò mai. Sono la disperazione di Salvatore (il preparatore atletico, ndr). Ma posso dire almeno di averci ho provato. Faccio fatica ad arrivare a 10 km, ancora oggi. Ma anche pochi chilometri sono un traguardo. A marzo chi si era mai alzato all’alba a correre? Chi l’avrebbe mai detto che Milly, la fashion victim, quella delle serate e degli aperitivi, per tre volte a settimana avrebbe incontrato il mondo dei runner al parco? Loro, le runner vere, mi hanno insegnato molto. Ma anche io, nel mio piccolo. Chiaraper esempio, che è un’atleta incredibile, ha imparato a mettersi il mascara, dopo che dai primi allenamenti ripetevo: “Ragazze, anche se correte, siete donne e non camionisti!”».

COSA MANGIARE PRIMA DI UN'INTENSA ATTIVITA' SPORTIVA?

Nel gruppo dicono che tu con una battuta riporti sempre il sorriso. Con la malattia si resta capaci di ridere della vita?

«Io sono sempre stata così e questo mi ha aiutata molto nei momenti difficili. Finite le cure per il tumore, sono rimasta a casa dopo 16 anni di lavoro. L’azienda in crisi, come molte altre piccole aziende, e io, che ero andata a lavorare anche pelata, ho firmato il licenziamento a determinate condizioni. Solo che loro poi non sono stati ai patti e a distanza di un anno e mezzo sto ancora aspettando la liquidazione. Fosse capitato prima della malattia, sarebbe stato un dramma pazzesco. Ora? Mi dico che se è successo, allora succederà qualcos’altro. Mi sono inventata una passione: non ho mai usato parrucche, ero senza capelli e andavo in giro con orecchini grandi, cerchietti e turbanti creati da me. Ho avviato una piccola linea di creazioni e l’ho ribattezzata It’s Milly. Di tutto questo devo dire grazie alla malattia».


Grazie?

«Sì, per assurdo dico grazie al cancro perché altrimenti non avrei scoperto di saper fare tante cose, né che da soli nella vita si è poco. Quando ho saputo di avere un tumore mi sono arrabbiata moltissimo. Dicevo a Gesù: mi spacco la schiena in questa città difficile, non mi hai dato un compagno, un marito, non ho dei figli e adesso mi mandi pure un cancro? Passata la rabbia, mi sono accorta che la malattia mi ha portato tante amicizie. Che non c’era bisogno di un marito. Non sono mai stata sola. Mai. Perfino il portinaio che non ho mai sopportato si affacciava per chiedere se avessi bisogno di qualcosa. E poi i vecchi compagni di scuola, di danza, gli ex colleghi. Mi son detta: “Milly, ma allora qualcosa di buono nella vita l’hai fatto”. Finita la chemio ho dato una festa - “No more chemio, let’s party” - per ringraziare tutti quanti. Sono venuti tutti. Ho persino recuperato mio padre. La prima persona che ho visto in ospedale. Mio padre abita vicino a me e ci vedevamo a malapena. Lì l’ho visto per la prima volta piangere. Prima mi mandava un sms per il compleanno. Ora mi scrive tutte le mattine e tutte le sere».

Com’è la convivenza con altre donne che hanno vissuto la stessa esperienza?

«Il cancro mi ha insegnato a chiedere, a condividere, questo è venuto fuori anche nel team. All’inizio io volevo ritirarmi da Pink is Good. Questo non l’ho mai detto a nessuno. Quando ho capito l’onda di emozioni che si riversava nella chat, negli incontri, ho pensato che avevo fatto tanto per proteggermi e non potevo permettermi tutte quelle storie di malattie, controlli, figli. Non potevo. Poi mi sono detta: “Milly fai anche tu così, usa questo contenitore, impara a scaricare e condividere”. Da quel momento ho iniziato a essere parte del gruppo».

Donatella Barus
Donatella Barus

Giornalista professionista, dirige dal 2014 il sito della Fondazione Umberto Veronesi. E’ laureata in Scienze della Comunicazione, ha un Master in comunicazione. Dal 2003 al 2010 ha lavorato alla realizzazione e redazione di Sportello cancro (Corriere della Sera e Fondazione Veronesi). Ha scritto insieme a Roberto Boffi il manuale “Spegnila!” (Rizzoli), dedicato a chi vuole smettere di fumare.


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