Dice di essere la più scarsa nella corsa. Ma se si tratta di fare una battuta, strappare una risata, o insegnare come si mette un mascara, allora è la numero uno. Milena Calestani è una delle tre testimonial della campagna per il progetto Pink is Good contro i tumori femminili. È entrata a far parte del Running Team, un gruppo di donne supermotivate e accomunate da due cose: l'esperienza del cancro e la volontà di dimostrare a tutte quelle che combattono contro un tumore che la malattia non ferma la voglia di vivere. Nella vita di Milena, da sempre, una passione per la moda, certo non per le scarpe da runner. Ma fra pochi giorni partirà per New York, alla volta della maratona delle maratone. Non la correrà, ma sarà in prima fila a fare il tifo per le compagne.
Come hai saputo del progetto Pink is Good?
«Ne sapevo poco o niente, avevo partecipato alla prima Pittarosso Pink Parade nel 2014, perché mi aveva invitato un’amica fanatica della corsa. Io ero stata appena operata di un tumore al seno, nel mese di agosto. Mi disse: "Non puoi non farla". Ero reduce da un intervento e dovevo iniziare la chemioterapia. "Non corro, al massimo cammino". Quest’anno la mia amica mi ha mandato il link con la candidatura per entrare a far parte del Running Team. "Ci sono due cose che non sopporto nella vita: correre e nuotare. Falla tu". "Non posso, non ho avuto un cancro al seno". "Che culo", le ho risposto. "Dai, vedrai, succederanno tante cose, sono sicura che andrai a New York". Le dissi di fare lei la domanda, io non avevo tempo. Tanto non mi prendono, pensavo».
E invece eccoti qui. Cosa hai pensato quando hai saputo di essere stata scelta nel team?
«Ah… Non ho dormito due notti. Alla fine mi sono detta: se è successo è perché deve succedere. Si vede che ho ancora tante cose da imparare. Così a febbraio, nel giorno del mio compleanno, sono andata al colloquio nella sede della Fondazione Umberto Veronesi».
Sono trascorsi diversi mesi. Oggi come ti trovi nel gruppo?
«Ho capito perché non mi sono mai avvicinata alla corsa. È dura, durissima. Roba per gente tosta. Non basta avere fiato, né bastano le gambe, serve la testa. Però è vero che aiuta».
Anche quando si è uscite da cure oncologiche pesanti?
«Ho fatte due cicli di chemioterapia, quindi otto in tutto, cominciando dalle “rosse” fino a taxolo e tamoxifene. Con effetti pesanti per le ossa. La mia elasticità articolare non tornerà quella di prima: è la realtà con cui chi ha fatto determinati percorsi di cura deve fare i conti. Correre non risolve questi problemi, ma serve a tenere il cuore allenato, a sostenere il tono muscolare e quindi sollecitare meno le articolazioni. Quando ho iniziato ero preoccupata, ma il gruppo è servito anche per capire che non ero l’unica ad avere certi problemi fisici. Vedevo che dopo esserci accosciate magari per scattare una fotografia anche altre facevano fatica a risollevarsi in piedi».
Detesti ancora la corsa?
«Non tutti sono in grado di correre 42 chilometri, io non penso che li farò mai. Sono la disperazione di Salvatore (il preparatore atletico, ndr). Ma posso dire almeno di averci ho provato. Faccio fatica ad arrivare a 10 km, ancora oggi. Ma anche pochi chilometri sono un traguardo. A marzo chi si era mai alzato all’alba a correre? Chi l’avrebbe mai detto che Milly, la fashion victim, quella delle serate e degli aperitivi, per tre volte a settimana avrebbe incontrato il mondo dei runner al parco? Loro, le runner vere, mi hanno insegnato molto. Ma anche io, nel mio piccolo. Chiara, per esempio, che è un’atleta incredibile, ha imparato a mettersi il mascara, dopo che dai primi allenamenti ripetevo: “Ragazze, anche se correte, siete donne e non camionisti!”».







