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Oncologia

Un prelievo di sangue potrà prevedere la risposta nel tumore dell'ovaio?

pubblicato il 06-11-2014
aggiornato il 07-02-2017

Un primo studio internazionale avrebbe identificato due possibile proteine predittive dell’efficacia terapeutica a trattamenti angio-genetici

Un prelievo di sangue potrà prevedere la risposta nel tumore dell'ovaio?

Sangue ancora in primo piano. Questa volta per la sua potenzialità, futuribile, di potere identificare fra le donne affette da tumore ovarico quali potranno rispondere con efficacia a trattamenti angiogenetici che impediscono la crescita del tumore. Il test, che potrebbe essere disponibile già a partire dai prossimi anni, è stato messo a punto da un gruppo di ricercatori del Manchester Cancer Research Center che hanno pubblicato i risultati della loro ricerca su Clinical Cancer Research.

 

IL TEST

Lo scopo del test è stabilire preventivamente la risposta a una terapia anti-angiogenetica, principalmente a base di bevacizumab, il principio attivo più utilizzato nella cura di un tumore dell’ovaio. Si effettua con un prelievo di sangue, attraverso cui scovare e analizzare due particolari proteine (Ang1 e Tie2) la cui presenza e livelli sembrerebbero determinanti per questa neoplasia. I primi risultati, promettenti seppure ottenuti su un campione ancora ristretto, arrivano da un trial internazionale che ha preso in considerazione da un lato donne sottoposte a chemioterapia tradizionale più placebo e dall’altro donne  in trattamento con chemioterapia più bevacizumab.

«Dal nostro studio - spiegano gli autori - analizzando i livelli delle due proteine prima dell’inizio della terapia, è stato possibile osservare che donne con angiopoietina 1 (Ang 1) in grado elevato e Tunica internal endothelial cell kinase 2 (Tie2) bassa, mostravano le migliori probabilità di risposta alla terapia anti-angiogenetica. Di contro la presenza di alti livelli di entrambe le proteine sembrava essere un fattore negativo all’efficacia terapeutica». Per trarre conclusioni più significative occorrerà avviare uno studio più ampio: «Se le premesse fossero confermate – commenta ancora Caroline Dive, fra gli autori dello studio -  potremmo risparmiare alle pazienti che non rispondono alla terapia effetti collaterali inutili e ridurre i costi della spesa pubblica».

 

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L’OPINIONE DELL’ESPERTO
 
Il primo passo (e la sfida) è arrivare però a comprendere se la valutazione congiunta dei livelli di Ang1 e Tie2 possa considerarsi un biomarcatore predittivo di sopravvivenza più lunga, libera da malattia, in donne in trattamento con bevacizumab. «E una volta conosciuta l'esatta biologia del tumore - dichiara Nicola Surico, ordinario di ginecologia e ostetricia all'Università del Piemonte Orientale, Novara, e attuale Presidente dei chirurghi italiani - attuare una terapia personalizzata per migliorarne gli esiti ed evitare trattamenti poco efficaci per le pazienti con importanti effetti collaterali».
 

 


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