Coronavirus, ACE2 a due facce: e se proteggesse donne e bambini?
ACE2 è la «porta» d'accesso per il virus, ma anche un possibile «alleato» nella forma solubile. L'ipotesi di Elena Ciaglia, sostenuta da Fondazione Veronesi
ACE2, chi l’aveva sentito nominare fino a due mesi fa? Stiamo parlando dell’enzima di conversione dell’angiotensina 2, uno degli ormoni coinvolti nei meccanismi di regolazione della pressione sanguigna. Nel caso di Covid-19, ACE2 ha però anche un altro ruolo. È la «porta» che il virus utilizza per entrare nelle cellule. Si sa dai tempi della Sars, infatti, che i coronavirus sfruttano questi recettori per farsi strada nell'organismo. Un'ipotesi confermata in seguito alla diffusione di Sars-CoV-2, la causa della pandemia in atto. Con un'aggravante: un’affinità di almeno dieci volte superiore tra ACE2 e il nuovo coronavirus, rispetto ai «predecessori». Questo aspetto ha messo subito in allarme i medici, considerando che l'enzima non si trova soltanto nell’epitelio polmonare: ma anche a livello cardiaco, nell’intestino, nei reni e nei vasi sanguigni. Detto ciò, in caso di infezione, ACE2 potrebbe avere anche un ruolo protettivo. Perché i bambini e le donne siano stati finora meno colpiti dalla polmonite interstiziale? La risposta potrebbe essere custodita in questa proteina, una sorta di Giano Bifronte nella lotta al Covid-19.
QUALI DIFFERENZE TRA SARS, MERS E COVID-19?
LE DUE «FACCE» DI ACE2
Passando in rassegna le evidenze disponibili, alcuni ricercatori dell’Università di Salerno hanno confermato l’ipotesi che ACE2 rappresenti il vettore del virus all’interno delle cellule. Ma, nel loro articolo pubblicato sulla rivista scientifica Frontiers in Pediatrics, hanno anche portato a galla una possibilità finora poco considerata. Oltre che come recettore ancorato alle cellule, infatti, la proteina ACE2 è presente nel sangue, in forma solubile. Questa seconda «faccia» dell’enzima si formerebbe nel processo di sintesi dell’ACE2: al termine del processo di traduzione, che converte l’Rna nella proteina fatta e finita. A differenza di quello presente sulla superficie cellulare, l'ACE2 circolante nel sangue potrebbe essere un «alleato» in caso di infezione. Spiega Elena Ciaglia, dal 2017 al 2019 borsista di Fondazione Umberto Veronesi e prima firma della pubblicazione: «Con un meccanismo che ricorda quello degli anticorpi neutralizzanti, la forma solubile del recettore ACE2 potrebbe intercettare il virus in circolo e prevenire o quanto meno attenuare il suo legame con la cellula, che espone invece la forma di membrana della proteina ACE2».
L'ipotesi spiegherebbe anche il minore impatto del Covid 19 sui bambini. Considerando che dagli studi epidemiologici emerge che la casistica dei pazienti in età pediatrica si attesta attorno all’un per cento, secondo i ricercatori anche l’ACE2 circolante (in maggiore concentrazione tra i più piccoli, rispetto agli adulti) potrebbe aver rappresentato un argine alla diffusione della malattia. Un’ipotesi che guarderebbe dunque oltre la considerazione dello stato di salute delle persone più anziane e la progressiva senescenza del sistema immunitario nei pazienti infetti. La considerazione di ACE2 solubile come possibile «scudo» nasce anche dalla consapevolezza di quanto osservato nei neonati venuti alla luce durante la pandemia. In Cina si è infatti visto che, nella seconda parte della gravidanza, nelle gestanti registra un aumento dei livelli di ACE2 nel plasma. Non è pertanto da escludere che, attraverso la placenta, l’enzima venga trasferito al feto. Proteggendolo, in caso di contatto con il virus. Quanto alle altre donne, invece, l’ipotesi è quella di una protezione «derivante da un peculiare profilo plasmatico di ACE2», che marcherebbe la differenza di genere. Supposizioni, che dovranno essere suffragate da ulteriori studi.
LE POSSIBILI RICADUTE PER I PAZIENTI
In che modo queste conoscenze potrebbero tornare utili nella gestione della malattia? «Se l'ipotesi fosse corretta, la quantificazione dei livelli di ACE2 circolante potrebbe rappresentare un rapido strumento diagnostico con cui monitorare l’infezione da coronavirus», aggiunge Ciaglia, nella foto con il figlio Stefano e il presidente Paolo Veronesi, in occasione della cerimonia di consegna dei Grantdello scorso anno. «Correlare i livelli di ACE2 solubile ai sintomi e all’evoluzione dell’infezione potrebbe inoltre spiegare perché alcuni pazienti siano più a rischio e perché altri reagiscono meglio alla diffusione del virus». Il prossimo passo è rappresentato dalla validazione di queste considerazioni in un gruppo di pazienti: prospettiva su cui i ricercatori stanno già lavorando, assieme agli specialisti dell’ospedale Ruggi d’Aragona. Conoscere qual è il livello protettivo di ACE2 solubile, oltre a permettere di monitorare il decorso della malattia, offrirebbe infine un’ulteriore opportunità: quella di somministrare ACE2 dall’esterno come terapia di supporto personalizzata.
L’emergenza ha portato l’ex ricercatrice di Fondazione Umberto Veronesi - oggi assegnista di ricerca dell'ateneo campano - a spostare temporaneamente il focus della sua attività. Dall’oncologia al Covid-19. «Adesso che tutti abbiamo maturato una maggiore consapevolezza, dobbiamo però tornare a occuparci anche di tutte le altre discipline». Le malattie, d’altra parte, non aspettano. E chi ne soffre attende fiducioso novità dal mondo della ricerca. «Oggi sappiamo che, in molti casi, l’approccio multidisciplinare fa la differenza - conclude Ciaglia -. Perciò, senza dimenticare quanto accaduto in queste settimane, è importante sostenere ogni settore della ricerca biomedica. Soltanto così potremo mettere un bagaglio di conoscenze integrato a disposizione di tutti, per difendere la salute dell’uomo». Non soltanto dal Covid-19.
I dieci farmaci che hanno cambiato la medicina in 70 anni
Cloropromazina (1953) Si tratta del primo antipsicotico, sintetizzato nel 1951 e lanciato in Gran Bretagna nel 1953. Secondo gli esperti, il farmaco ha rappresentato una rivoluzione nell'assistenza alle persone affette da schizofrenia. A partire dalla cloropromazina, sono state sintetizzate le successive molecole utilizzate per il trattamento della depressione, della fase maniacale del disturbo bipolare e degli stati di agitazione
Vaccino antipolio (1955) Si tratta del primo antidoto utilizzato all'interno di un programma di vaccinazione voluto dal sistema sanitario inglese (Nhs). Le stime dicono che, soltanto in Inghilterra, sia stato in grado di prevenire diecimila decessi negli ultimi sessant'anni
Pillola anticoncezionale (1961) La contraccezione orale ha rappresentato una novità assoluta, perché per la prima volta è stato proposto a persone sane di assumere un farmaco. In questo modo si è contribuito a ridurre le gravidanze indesiderate e l'incidenza del parto pretermine e della morte fetale
Penicilline di seconda-quarta generazione (1961) Ampicillina, Amoxicillina e Flucloxacillina: queste le penicilline considerate più innovative, a poco più di trent'anni dalla messa a punto della prima (1928). L'impiego di questi farmaci ha ridotto i tassi di infezione nelle procedure chirurgiche
Betabloccanti (1965) I betabloccanti vengono utilizzati principalmente come antiaritmici, antipertensivi e antianginosi. Il primo a essere usato fu il propanololo. L'impatto, oltre che sulla salute dei pazienti, è stato significativo anche per le casse dello Stato, grazie a una notevole riduzione nel numero dei ricoveri
Beta agonisti (1969) Il salbutamolo, primo beta agonista a lunga durata, ha rivoluzionato l'approccio terapeutico all'asma e alla broncopneumopatia cronica ostruttiva (Bpco), malattie che fino agli anni '60 determinavano un numero di decessi ben più alto rispetto a quanto registrato in seguito
Tamoxifene (1972) Il tamoxifene è un farmaco antitumorale assunto per via orale, scoperto casualmente mentre si cercava di sintetizzare un nuovo anticoncezionale. Inizialmente venne utilizzato nei casi di tumore mammario metastatico con buoni risultati, ma s'è poi scoperto che è in grado di prevenire la ripresa della malattia (recidiva) in donne già operate per tumore al seno
Immunosoppressori (1983) Gli immunosoppressori (il primo è stato la ciclosporina) hanno rivoluzionato il campo dei trapianti d'organo, elevando i tassi di successo e riducendo i costi di ospedalizzazione. In seguito il loro utilizzo è aumentato: oggi sono impiegati per controllare anche le gravi manifestazioni allergiche e le malattie autoimmuni
Antiretrovirali (1987) La zidovudina è stato il primo farmaco messo a punto per trattare l'Aids, la sindrome da immunodeficienza acquisita provocata dall'Hiv. Secondo gli esperti, ha contribuito a evitare quella che avrebbe potuto essere una pandemia, riducendo sopratutto la trasmissione verticale (mamma-figlio) dell'infezione
Vaccino morbillo-parotite-rosolia (1988) Un primo vaccino per prevenire il morbillo fu reso disponibile nel 1963, quelli per la parotite e la rosolia furono resi disponibili nel 1967 e nel 1969. I tre vaccini sono stati combinati nel 1971 per diventare il vaccino morbillo-parotite-rosolia (MPR), offerto a tutti i cittadini inglesi dal 1988 a partire dall'anno di età, con una seconda dose prima di cominciare la scuola (tra i 5 e 6 anni)