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Cardiologia

Tracce di materiale genetico nel sangue per predire l’esito di un arresto cardiaco

I livelli di microRNA possono indicare il danno neurologico e la sopravvivenza dopo un arresto cardiaco. E permettere cure e personalizzate

In presenza di un arresto cardiaco un intervento immediato ed efficace è basilare sia per scongiurare un esito nefasto sia per contenere i danni in chi sopravvive. Grazie alle conoscenze sul Dna, la medicina va divenendo sempre più personalizzata e sta avvicinandosi alla meta di poter predire quale esito avrà quell’arresto cardiaco in quel tale paziente così da permettere di ottimizzare l’assistenza medica e terapeutica, costruendo rapidamente una cura “su misura”. 


UNA SPIA DAL DNA

Sulla rivista Jama Cardiology è comparso uno studio di vari centri europei indicante la possibilità che più alti livelli di microRna “miR-124-3p”, frammenti genetici presenti nel sangue, possano predire la sopravvivenza e gli esiti neurologici dopo l’arresto cardiaco. La ricerca è stata fatta su 579 pazienti e in quelli con maggiore presenza di questo microRna la prognosi si è rivelata peggiore. Altri studi sono necessari su questa scia, dicono gli autori della ricerca e lo conferma Gualtiero Colombo, responsabile dell’Unità di ricerca di Immunologia e Genomica funzionale al Centro cardiologico Monzino di Milano. «Il richiamo alla medicina personalizzata sta in questo: capire che patologia sottostante o evento ha causato l’arresto cardiaco vuol dire scegliere una certa terapia piuttosto che un’altra. Punto due: anche se la cura applicata è la stessa, diverso è ciascuno di noi e può avere qualche patologia», spiega il dottor Colombo. Non si sa, aggiunge, perché questi piccoli prodotti del Dna si trovino nel sangue: può essere che costituiscano “segnali” tra le cellule dei vari distretti corporei.

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