Trapianto di cuore: le tecniche per ridurre i rischi di rigetto
Nel 2016 in Italia 267 persone hanno avuto un trapianto di cuore, ma sono tre volte tanti quelli in attesa. Le ricerche per superare i rischi di rigetto e la carenza di organi
In Italia, nel 2016, in 267 ne hanno ricevuto uno sano. Quasi il triplo (742) sono ancora in attesa, invece. Un cuore nuovo equivale ad avere quasi una seconda vita, per chi si ritrova costretto a dover ricorrere al trapianto di quello che è il muscolo che regola la nostra esistenza. Ma resta il rischio di rigetto, ovvero la «replica» del sistema immunitario a un organo che continua a non sentire suo. Oggi tenerlo a distanza è più semplice rispetto al passato, grazie all’introduzione di farmaci da assumere per tutta la vita. Ma la speranza è quella di poter un giorno ridurre alla radice i rischi connessi a un trapianto. Come? Cercando di minimizzare le probabilità di rigetto.
COME RENDERE MENO SENSIBILE IL SISTEMA IMMUNITARIO
Una delle piste più battute, in questo senso, è quella che punta alla desensibilizzazione del sistema immunitario. L’obiettivo è renderlo meno «suscettibile» al nuovo organo, rendendo meno reattivi gli anticorpi del paziente. Soltanto un’utopia? Non si direbbe, a vedere i risultati di una ricerca presentata nel corso dell’ultimo congresso mondiale sullo scompenso cardiaco, tenutosi a Parigi. A condurla Guillaume Coutance, cardiochirurgo del gruppo ospedaliero de la Pitié-Salpêtrière della capitale francese. Con la sua equipe, lo specialista transalpino ha avviato un progetto di desensibilizzazione rivolto ai 523 pazienti che si sono sottoposti a un trapianto di cuore tra il 2009 e il 2015 nella struttura da lui coordinata. Obiettivo: renderli tutti idonei a ricevere un cuore nuovo. La procedura risulta infatti sovente rimandata, se la persona in lista di attesa possiede troppi anticorpi diretti contro l’antigene leucocitario umano. Sono queste molecole, infatti, a determinare il rigetto, che nel tempo determina la perdita di funzionalità dell’organo. Coutance ha sottoposto i pazienti a un trattamento preoperatorio: con globuline anti-timociti, immunosoppressori convenzionali e trasfusioni di plasma pre e post-trapianto (quest’ultimo passaggio solo per chi aveva i livelli più elevati di anticorpi). I pazienti sono stati seguiti per una media di 3,7 anni, per confrontare i tassi di sopravvivenza tra i tre gruppi. Non sono emerse differenze significative: i valori erano compresi tra il 72 e l’80 per cento, a seconda del livello di anticorpi circolanti.
IN QUALI CASI PUO' AVVENIRE IL PRELIEVO DEGLI ORGANI?