«Una dieta a basso contenuto di sodio è utile soltanto se si è ipertesi». Anzi no. «L’Organizzazione Mondiale della Sanità lo dice sulla base di solide evidenze: il consumo giornaliero di sale deve essere inferiore a cinque grammi, che equivalgono a circa due grammi di sodio». All’interno della comunità scientifica è andato in scena un botta e risposta, negli ultimi giorni. Al centro della discussione il consumo di sale e il suo ruolo nei meccanismi di insorgenza dell’ipertensione, che rimangono confermati: nonostante uno studio pubblicato su The Lancet.
LA RICERCA CONTESTATA
I ricercatori canadesi della McMaster University (Hamilton) hanno lanciato un messaggio che ha avuto un’ampia eco. «Una dieta a basso contenuto di sale si associa a un aumento del rischio di malattie cardiovascolari e di morte rispetto a un consumo medio». Gli scienziati sono giunti a questa conclusione dopo aver coinvolto più di centotrentamila persone in un’analisi mirata a valutare l’associazione tra l’apporto alimentare di sodio e l’incidenza di eventi e morti cardiovascolari. Dai risultati è emerso che seguire una dieta a basso contenuto di sodio, indipendentemente dalla presenza o meno di ipertensione, si associa a una maggiore frequenza di attacchi cardiaci, ictus e decessi rispetto a un'assunzione media.
Parlando di ridotte quantità di sodio, i ricercatori fanno riferimento a meno di tre grammi al giorno: equivalenti a circa 7,5 di sale. I risultati sono stati descritti come «estremamente importanti» da Andrew Mente, docente di epidemiologia clinica e biostatistica alla McMaster University e prima firma della pubblicazione. «Perché ribadiscono quanto sia importante ridurre l’assunzione di sale, se si è ipertesi. Ma per tutti gli altri la stessa scelta potrebbe avere un effetto controproducente».







