Tumore al collo dell'utero: la «vecchia» chirurgia batte la mininvasiva
Secondo due ricerche pubblicate sul «New England Journal of Medicine», le pazienti operate in laparoscopia (o col Robot) hanno una probabilità più alta di morire nei 4 anni successivi
La tendenza ad abbandonare la chirurgia tradizionale per lasciare spazio alla laparoscopia o alla chirurgia robotica fa registrare una battuta d'arresto: almeno in ambito ginecologico. Nel trattamento del tumore della cervice uterina, che ogni anno in Italia colpisce circa 2.200 donne, l'intervento a cielo aperto sembra essere la scelta preferibile. Andando a misurare l'impatto sulla sopravvivenza delle donne colpite da un tumore del collo dell'utero in stadio iniziale, il beneficio dell'isterectomia radicale «open» (con la rimozione dei linfonodi regionali e del sentinella) è infatti superiore a quello garantito dalla chirurgia mininvasiva.
Vecchio batte nuovo, con un punteggio schiacciante. Si potrebbero riassumere così le conclusioni di uno studio prospettico, pubblicato sul New England Journal of Medicine, condotto con lo scopo di comparare l'efficacia delle diverse procedure chirurgiche, mininvasiva laproscopica o robotica e tradizionale. Nei tumori operabili in stadio iniziale, lo standard riconosciuto dalla comunità scientifica, ancora oggi, è rappresentato dall'isterectomia ad addome aperto. Un intervento più invasivo per le donne, ma che, misurando la loro sopravvivenza nel tempo, garantisce risultati migliori. Questo è quanto dimostrato dai ricercatori coordinati da Pedro Tomas Ramirez, responsabile dell'unità di chirurgia minivasiva dell’MD Anderson Cancer Center di Houston (Texas) e da Andreas Obermair, direttore del centro di ricerca sui tumori ginecologici dell'Università del Queensland di Brisbane (Australia), che hanno suddiviso un campione di 631 donne (individuate in 33 centri in tutto il mondo) a cui era già stato diagnosticato un tumore del collo dell'utero in stadio 1 (iniziale: limitato alla cervice, senza invasione della vagina o delle strutture pelviche circostanti) per assegnarle ai due possibili trattamenti: chirurgia tradizionale o mininvasiva (prevalentemente laparoscopica, con una minoranza di casi trattati col Robot Da Vinci). Osservando le pazienti a quattro anni e mezzo dall'intervento, il divario è balzato subito agli occhi: il 96,5 per cento delle donne operate in maniera tradizionale non mostrava più alcun segno della malattia, rispetto all'86 per cento delle donne operate in maniera mininvasiva (presentavano un rischio di ripresa della malattia locale di quattro volte maggiore rispetto alle pazienti operate in aperto). E confrontando i tassi di sopravvivenza globale a tre anni dall'intervento, era vivo il 99 per cento delle donne operate ad addome aperto, rispetto al 93,8 per cento rilevato tra le pazienti operate in laparoscopia.
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