Una bella tazzina di caffè, appena alzati, per svegliarsi. Una delle abitudini più diffuse in Italia viene studiata da tempo e una ricerca ora rileva benefici a lunga scadenza della famosa tazzina, così come la sua alternativa: il tè. Purché non decaffeinati (la teina è in realtà caffeina sotto altra forma).
Lo studio che ha affrontato il tema – e che ha come centro la Harvard University di Boston (Usa) – si distingue per la durata dell periodo di osservazione: ben 43 anni di follow up. E il risultato cui sarebbe arrivato riguarda la capacità di caffè e tè di ridurre il rischio di demenza e di affinare le funzioni cognitive. Il tutto pubblicato sulla rivista Jama.
Negli Stati Uniti soffrono di Alzheimer 6 milioni di persone e la previsione per il 2050 è di oltre il doppio, con 13 milioni, per cui molte ricerche studiano possibili effetti preventivi di alimentazione e stili di vita. Ora, il caffè contiene composti bioattivi, tra cui caffeina e polifenoli, che in teoria potrebbero offrire una protezione neuronale riducendo lo stress ossidativo e l’infiammazione.
IL CAFFÈ ENTRÒ IN EUROPA COME FARMACO
Il caffè entrò in Europa nel Cinquecento attraverso i commerci veneziani con il Medio Oriente e vi entrò come un rimedio medico, per decotti e altro, venduto dai farmacisti. Fu nel Seicento che divenne una bevanda sociale e cominciarono a nascere le caffetterie. Il Florian di piazza San Marco a Venezia è il caffè più antico del mondo tuttora in funzione e data dal 1720.
Tornando alla ricerca della Harvard, gli scienziati hanno analizzato i dati circa l’alimentazione e il livello cognitivo di 86.216 donne comprese nel Nurses’ Health Study, uno dei più longevi studi basato sulle infermiere (dal 1976), e di 45.215 uomini inseriti nello Health Professionals Follow-up Study (tutti professionisti del campo sanitario, in essere dal 1986). Nessuna di queste persone soffriva di cancro, Parkinson o demenza.
DOPO 43 ANNI 11.000 CASI DI DEMENZA
Alla fine dei 43 anni di osservazione sui 131.821 partecipanti sono stati individuati 11.033 casi di demenza.
Gli individui con più alto consumo di caffè (una media di 4-5 tazzine al giorno per le donne e 2-5 per gli uomini) apparivano con un rischio di demenza ridotto del 18 per cento rispetto a quanti bevevano meno o nessun caffè. Appariva, anche, un minore declino cognitivo: del 7,9 per cento rispetto al 9,5 per cento.
I calcoli basati sul consumo di tè avevano mostrato più o meno gli stessi risultati di neuroprotezione, che invece non comparivano in chi beveva caffè decaffeinato.
BASTA UN CONSUMO MEDIO
La più forte associazione tra bevande e rischio demenza è stata rilevata con livelli di consumo medi: 2-3 tazzine di caffè al giorno e 1-2 tazze di tè.
LIMITI E CAUTELE
Attenzione: i ricercatori avvertono che non è provata la causa della caffeina rispetto al declino cognitivo. Potrebbe anche essere questo declino, al suo primo insediarsi, a cambiare il modello di consumo di tè e caffè o a ridurre l’attendibilità dei resoconti su pasti e bevande ingeriti.
Altro elemento da elencare sotto la voce “dubbi” il fatto che i due gruppi di uomini e donne erano tutti composti da professionisti nel campo della salute, cosa che potrebbe porre limiti a una generalizzazione. I risultati emersi finora vanno approfonditi con indagini anche sui tipi di caffè e di tè consumati. Soprattutto, sottolineano gli stessi ricercatori, «occorre capire i percorsi attraverso i quali il caffè intero e decaffeinato arriverebbe a influenzare la salute cognitiva».


