Nel fare i conti con la pandemia, gli anziani hanno reagito meglio dei giovani. Si sono dimostrati, con una parola tanto in voga, ben più resilienti, anche se 1 su 5 soffre per la solitudine, per la mancanza di un compagno/a di vita. Una sofferenza esistenziale che può creare problemi ben concreti di ordine fisiologico e psicologico. Per “misurare” la capacità di resistenza allo stress e allo smarrimento diffusi dal coronavirus si sono contati i tentativi di suicidio che sono risultati più alti del 30-40 per cento sotto i 30 anni, mentre le attese della vigilia facevano piuttosto temere per le persone sopra i 65 anni.
100 TENTATIVI: UN GRIDO DI AIUTO?
Se ne è parlato al 22° Congresso dell’Aip, Associazione italiana di psicogeriatria, tenutosi a Firenze sotto il titolo Dopo la pandemia: la sfida per una medicina a misura della terza età sottolineando anche che se per i giovani si contano 100 tentativi per un effettivo suicidio, nel caso degli anziani di tratta di due tentativi per ogni morte effettiva. Il che significa che si tratta di gesti premeditati e ben studiati, non esplosioni di insofferenza e richieste di aiuto indirette come per tanti ragazzi.






