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Oncologia

In Italia 50 anni fa il primo trapianto di midollo da donatore

Nel 1976 per la prima volta le cellule del midollo osseo di un donatore salvavano la vita a una persona. Oggi è il trattamento di scelta per molte leucemie, linfomi e altre gravi malattie ematologiche

Ci sono ricorrenze importantissime perché certe date hanno cambiato il corso della storia della medicina. È passato esattamente mezzo secolo dall’esecuzione del primo trapianto di midollo osseo allogenico in Italia. Era il 26 aprile del 1976 quando professor Alberto Marmout e l’equipe dell’Ospedale Policlinico San Martino di Genova eseguirono il trapianto di midollo osseo allogenico, ossia da donatore. 

Il paziente si chiamava Pino ed era un giovane affetto da aplasia midollare severa, una grave malattia caratterizzata dall’incapacità del midollo osseo di produrre un numero sufficiente di cellule del sangue. L’intervento si concluse con successo e Pino è oggi, a distanza di cinquant’anni, ancora in vita e in ottime condizioni cliniche generali. 

La sua storia straordinaria costituisce l’inizio di un percorso che ha letteralmente rivoluzionato la prognosi di molte malattie ematologiche, come le leucemie, i linfomi, i mielomi, le anemie gravi, le talassemie e le immunodeficienze congenite.  

UNA STORIA CHE INIZIA DA LONTANO

«Il percorso che ci ha condotto al primo trapianto di midollo osseo eseguito in Italia parte da lontano, ossia dalla ex Jugoslavia della fine degli anni Cinquanta», spiega il professor Emanuele Angelucci, Direttore della Struttura Complessa Ematologia e Terapie Cellulari e Direttore del Dipartimento di Oncologia ed Ematologia dell’AOM-IRCCS Policlinico San Martino di Genova. 

Il 15 ottobre 1958 si verificò infatti un incidente nucleare, vicino a Belgrado, presso l’Istituto di Scienze Nucleari Boris Kidrič di Vinča, per questo soprannominata, a posteriori, la Chernobyl serba. Sei studenti ricercatori, tutti ventenni, furono allora incaricati di condurre esperimenti sul primo reattore nucleare a bassa potenza della Jugoslavia, denominato “reattore zero”. 

Le cose però non andarono affatto nel verso giusto perché nella sala del reattore fuoriuscirono radiazioni incontrollate, con una potenza nettamente superiore a quella prevista.  Di conseguenza i ricercatori vennero esposti a una quantità estrema di radiazioni e, con l’obiettivo di curarli nel miglior modo possibile e con la necessaria solerzia, i giovani irradiati furono trasportati in aereo all’Istituto Curie di Parigi. Fu proprio in quell’occasione che si verificano i primi tentativi pionieristici di trapianto di midollo osseo in Europa

Il dottor Georges Mathé eseguì la procedura con successo e tutti sopravvissero, tranne uno, Života Vranić, che spense il reattore di Vinča rimettendoci però la vita  per il quantitativo abnorme di radiazioni a cui il suo corpo era stato sottoposto. 

«Si trattò di trapianti primordiali in cui la fortuna giocò a favore perché le conoscenze circa le caratteristiche del donatore erano a quel tempo agli albori. Negli anni Sessanta negli Stati Uniti invece, i trapianti di midollo osseo venivano eseguiti, con una procedura studiata e programmata con successo sui bambini affetti da malattie congenite immunodeficienti. Negli anni successivi divennero poi sempre più uno strumento importante per curare i tumori del sangue con l’obiettivo di eliminare completamente la neoplasia. Negli anni Ottanta i trapianti di midollo osseo sono stati eseguiti anche per la cura delle emoglobinopatie, ossia un gruppo di malattie genetiche ereditarie che colpiscono i globuli rossi come, ad esempio, la talassemia e l’anemia falciforme», afferma Angelucci.  

IL REGISTRO DONATORI

«Oggi in Italia si eseguono oltre mille trapianti allogenici di midollo osseo all’anno. Nel mondo è stato abbondantemente superato il milione di trapianti. Uno degli aspetti che hanno favorito questa grande espansione è stata l’istituzione del registro dei donatori volontari che oggi nel mondo sono più di 40 milioni e circa mezzo milione nel registro italiano (IBMDR, Italian Bone Marrow Donor Registry, istituito nel 1989 a Genova e con riconoscimento di legge nel 2001 - legge 52/2002)», puntualizza Angelucci. 

COME SI DIVENTA DONATORI DI MIDOLLO

Per iscriversi a questo registro bisogna effettuare una pre-iscrizione online tramite la piattaforma digitale dell'associazione donatori di midollo (ADMO) o sul sito istituzionale del Registro nazionale donatori (entrambi i link sono riportati in calce all'articolo) . 

I requisiti sono:

  • essere maggiorenne e di età inferiore ai 36 anni;
  • godere di buona salute;
  • pesare più di 50 kg
  • essere intenzionati a donare a qualsiasi paziente, italiano o di qualunque nazionalità.

Una volta effettuata la pre-iscrizione si si verrà, quindi, convocati per un colloquio medico, per l’esecuzione di esami del sangue o della saliva utili alla tipizzazione genetica. Si tratta quindi di una procedura che non va confusa con l’assenso per la donazione di organi e tessuti dopo la morte (come cuore, reni, fegato o cornee) che si effettua in occasione del rinnovo della carta d’identità.  La disponibilità alla donazione di cellule staminali emopoietiche viene mantenuta fino ai 55 anni.

A CHE COSA SERVE IL TRAPIANTO

Un aspetto molto importante  che sottolinea Angelucci è che il trapianto di midollo osseo è a tutti gli effetti una terapia per guarire. «Lo scopo non è infatti quello di cronicizzare un tumore, come avviene spesso per alcuni tipi di cancro», sottolinea l’esperto. «L’esecuzione del trapianto di midollo osseo è una procedura molto delicata, ma il tasso di mortalità che vent’anni fa si aggirava intorno al 20-30% è diminuito in maniera significativa (oggi sotto il 10% (in centri con adeguata esperienza) e grazie all’avanzamento delle terapie farmacologiche e al miglioramento dell’esecuzione (selezione dei donatori, riduzione delle complicanze e terapie adiuvanti mirate), le percentuali di guarigione da malattie ematologiche gravi e oncoematologiche è significativamente migliorato con tassi di guarigione variabile dipendendo dalla patologia e dalle condizioni del paziente, spesso superiori al 50-60%. Oggi vengono effettuati trapianti di midollo anche su pazienti di settanta, settantacinque anni. Anni fa i limiti anagrafici erano molto più stringenti», spiega Angelucci.  

COME SI SVOLGE UN TRAPIANTO DI CELLULE EMOPOIETICHE

Concretamente l’iter del trapianto di midollo è lungo, articolato ed estremamente delicato. «Nel trapianto allogenico, il paziente riceve le cellule emopoietiche da midollo osseo o da sangue periferico da parte di un donatore che può essere un familiare o un non familiare, compatibile o parzialmente compatibile (trapianto aploidentico). Le fasi del percorso prevedono, una volta identificato il donatore, il prelievo delle cellule ematopoietiche dal sangue periferico del donatore (dopo stimolazione con fattori di crescita ematopoietici, farmaci che servono massimizzare la raccolta di cellule staminali utili). Oppure, oggi molto più raramente, direttamente dalle ossa del bacino, in anestesia. Il ricevente viene sottoposto  prima dell’infusione delle cellule a un ciclo di chemioterapia e/o radioterapia per distruggere il midollo malato e azzerare le difese immunitarie. Per via endovenosa, tramite una trasfusione, verranno quindi immesse le cellule del donatore nel corpo del paziente. Queste cellule hanno poi la capacità di trovare da sole dove andare ad attecchire «homing»(andare a casa). Il ricevente, immunodepresso, dovrà restare ricoverato in camere protette per 2-3 settimane finché le nuove cellule inizieranno a produrre cellule sane», spiega l’oncoematologo. 

Il trapianto allogenico viene eseguito con protocolli precisi e personalizzati e costituisce la terapia indicata quando la malattia non può essere curata con cure convenzionali meno rischiose o nel caso in cui queste non siano in grado di garantire una guarigione definitiva. È oggi il trattamento di scelta per una lunga serie di malattie acquisite e congenite come la leucemia linfoblastica acuta, la leucemia mieloide acuta, l’anemia aplastica, i linfomi, le immunodeficienze congenite, le talassemie, le anemie a cellule falciformi e in casi selezionati di patologie ancora più rare.

UNA BATTAGLIA CHE È  UNA STORIA ACCADEMICA 

«Questa lunga e complessa storia è stata a tutti gli effetti una “battaglia”: contro le difficoltà tecniche di esecuzione del trapianto; contro le varie tipologie e declinazioni delle patologie; contro le difficoltà organizzative. Si è trattato comunque di una battaglia puramente accademica, giocata interamente nelle Università, negli Ospedali, senza alcun scopo di profitto», ha voluto sottolineare Angelucci. L’obiettivo, quello di diminuire sempre più la mortalità e offrire a più pazienti una opportunità di guarigione.

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