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Oncologia

Maratona dopo il cancro: le emozioni delle runner dopo New York

Parlano le donne operate di tumore al seno, protagoniste della gara nella Grande Mela: «Ci siamo riscoperte forti e orgogliose come mai state prima: noi ambasciatrici della lotta contro il tumore»

Più del viaggio compiuto per raggiungere New York, dove lo scorso 5 novembre hanno preso parte alla maratona, con lo scopo di portare avanti l'attività di sensibilizzazione sui tumori femminili (seno, utero e ovaie), vale quello compiuto dentro se stesse.  

«La corsa mi ha aiutato a rialzarmi e a reagire alla malattia, a riprendere coscienza di quel corpo da cui mi sentivo tradita e che invece ho riscoperto amico», racconta Isabella Spertini, 42 anni, mamma di Alice (11) e Leonardo (9), subito dopo essere atterrata all'aeroporto di Linate. Della maratona, conclusa in poco più di cinque ore, dice: «Che fatica negli ultimi otto mesi, ma ho desiderato troppo stringere quella medaglia: ecco perché la sera prima ho giurato a me stessa che sarei arrivata al traguardo, anche per i miei figli che mi hanno sempre dato la forza per reagire. Spero di aver fatto capire loro che davanti alle difficoltà non ci si deve arrendere, che bisogna trasformare anche un'esperienza negativa in qualcosa di positivo». Ma la soddisfazione più grossa è stata quella di «riscoprirsi più forte e più determinata, orgogliosa e fiera di me come mai ero stata prima». 

 UNA MARATONA PER LA VITA

La possibilità di guardare oltre la malattia è sintetizzata nelle parole delle donne del running team, tra gli ottantamila protagonisti dell'evento che domenica ha spostato le attenzioni mondiali su New York. Tutte sono riuscite a portare a termine i 42 chilometri della gara. Non una maratona qualsiasi, ma «quella per la vita», giura Patrizia Ponzinibbi, 44 anni, che nelle compagne di viaggio ha trovato una nuova famiglia. «Che emozione essere ambasciatrici per raccontare quanto sia importante la ricerca e per ricordare quelle persone amate che per colpa del cancro non ci sono più». Dalla spedizione oltreoceano Judit Zanicotti, mamma di Enrico e Diana (13 e 9 anni), ha avuto la conferma che «da un tumore si può guarire e noi siamo l'esempio concreto di tante altre donne che hanno avuto lo stesso percorso». Carla Piersanti è arrivata nella Grande Mela con la sua famiglia: il marito e due figlie. «Condividere quest'esperienza è stata un'alta emozione bellissima. Ma a toccarmi di più sono stati il tifo e l'incitamento che ci hanno regalato durante tutto il percorso. Ho riflettuto su quanto sia importante avere persone che ti stiano accanto nei momenti belli e meno belli della vita». Lorena Pavarin: «Ho chiuso il mio cerchio legato alla malattia e spero di non doverlo riaprire più».

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