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Oncologia

Tumore dell’ovaio, la diagnosi arriva ancora troppo tardi

In Inghilterra quattro donne su dieci ricevono la diagnosi dopo un ricovero d’urgenza. In Italia, quasi una paziente su due riferisce attese superiori a tre mesi

Quattro donne su dieci scoprono di avere un tumore dell’ovaio soltanto dopo un ricovero d’urgenza. E, quando la diagnosi arriva in seguito a un accesso in emergenza, la probabilità che la malattia venga individuata in una fase iniziale e potenzialmente curabile è circa tre volte più bassa.

È quanto emerge da un’analisi pubblicata su BMJ Oncology, basata sui dati di 28.204 donne che hanno ricevuto una diagnosi di tumore ovarico in Inghilterra tra il 2017 e il 2021. Di queste, oltre 11 mila, pari a poco più del 40%, sono state diagnosticate entro 28 giorni da un ricovero urgente.

Anche in Italia il percorso verso la diagnosi appare spesso lungo. Una survey condotta nel luglio 2026 tra circa 300 pazienti ed ex pazienti mostra che il 46% delle partecipanti ha atteso più di tre mesi e il 30% oltre un anno.

L’indagine, realizzata nell’ambito della campagna Insieme di Insiemi, non permette di estendere questi dati a tutte le donne italiane con tumore ovarico. Segnala però una criticità importante nella fase che precede la diagnosi.

UN TUMORE DIFFICILE DA RICONOSCERE

Il tumore dell’ovaio presenta spesso sintomi poco specifici, facilmente confondibili con disturbi gastrointestinali, urinari o ginecologici comuni.

Tra i segnali più frequenti vi sono gonfiore addominale persistente, dolore pelvico o addominale, senso di sazietà precoce, difficoltà a mangiare e bisogno di urinare più spesso. Presi singolarmente, questi disturbi sono nella maggior parte dei casi legati a condizioni benigne. A richiedere attenzione sono soprattutto la comparsa recente, la persistenza e la frequenza.

«Il tumore dell’ovaio si presenta con sintomi spesso aspecifici, e questo può contribuire ad allungare il percorso verso la diagnosi», spiega Domenica Lorusso, ordinaria di Ostetricia e Ginecologia all’Università Humanitas di Rozzano. «Ridurre questi ritardi significa aumentare la consapevolezza, sia tra la popolazione sia tra i professionisti sanitari, e favorire un invio più rapido ai centri ad alto volume».

A complicare ulteriormente la diagnosi contribuisce l’assenza di un test di screening efficace da proporre a tutte le donne sane. Il Pap test, per esempio, serve a prevenire il tumore del collo dell’utero, ma non individua quello dell’ovaio.

DOPO UN RICOVERO D’URGENZA LA MALATTIA È PIÙ SPESSO AVANZATA

Tra le donne per le quali era disponibile l’informazione sullo stadio, solo il 14% di quelle diagnosticate dopo un ricovero urgente presentava una malattia iniziale. La percentuale superava il 39% tra le pazienti arrivate alla diagnosi attraverso altri percorsi.

Il ricovero d’urgenza non è necessariamente la causa del ritardo. Alcune donne potrebbero avere avuto tumori più aggressivi, capaci di provocare rapidamente sintomi importanti. Inoltre, lo studio non consente di ricostruire gli eventuali contatti precedenti con la medicina generale.

La diagnosi in emergenza resta però il segnale di un percorso che, per ragioni cliniche, sociali o organizzative, non è riuscito a intercettare prima la malattia.

PIÙ A RISCHIO LE DONNE GIOVANI, ANZIANE E FRAGILI

La probabilità di ricevere la diagnosi dopo un ricovero urgente raggiungeva quasi il 69% tra le donne con una grave fragilità, rispetto al 29% di quelle considerate non fragili.

Il rischio aumentava anche agli estremi dell’età. Il tumore veniva diagnosticato dopo un accesso d’urgenza nel 43% delle donne tra 18 e 29 anni e nel 55% di quelle con più di 80 anni, contro poco più del 36% delle pazienti tra 60 e 69 anni. Anche vivere nelle aree economicamente più svantaggiate era associato a una maggiore probabilità di diagnosi in emergenza.

Il dato sulle giovani donne è particolarmente significativo. Pur presentando più spesso forme iniziali e a crescita lenta, avevano un rischio maggiore di arrivare alla diagnosi dopo un ricovero urgente. Una possibile spiegazione è che il tumore ovarico venga ancora considerato soprattutto una malattia dell’età avanzata.

Un’indicazione simile emerge dalla survey italiana. «Il ritardo diagnostico rappresenta il primo bisogno espresso dalle donne intervistate e trova conferma soprattutto tra le under 40, nelle quali il sospetto clinico tende a essere meno immediato», afferma Sandro Pignata, direttore dell’Oncologia medica dell’IRCCS Fondazione Pascale di Napoli e fondatore del Gruppo MITO.

Per Pignata è necessario «investire nell’informazione, favorire diagnosi più tempestive e garantire a tutte le pazienti un accesso rapido ai centri di riferimento, ai test molecolari e ai biomarcatori che guidano la terapia».

CONTA ANCHE DOVE CI SI CURA

La survey italiana conferma anche il ruolo dei centri ad alto volume, strutture con équipe specializzate nella gestione dei tumori ginecologici.

Tra le pazienti non seguite in un centro di riferimento, il 31% giudica insufficiente o poco approfondita la valutazione del rischio eredo-familiare. La quota scende al 17% tra quelle prese in carico in una struttura specializzata. Anche l’insoddisfazione complessiva si riduce dal 17% al 4%.

«La presa in carico in un centro ad alto volume cambia concretamente il percorso delle pazienti», sottolinea Ilaria Bellet, presidente di ACTO Italia. «Il centro di riferimento non offre soltanto cure altamente specialistiche, ma rappresenta il luogo in cui la paziente può trovare un percorso multidisciplinare».

Valutare correttamente la componente ereditaria è importante sia per scegliere alcune terapie sia per individuare eventuali alterazioni dei geni BRCA1 e BRCA2, che possono avere conseguenze anche per i familiari.

COME RIDURRE I RITARDI

Non esiste un singolo sintomo capace di indicare con certezza la presenza di un tumore ovarico. Per anticipare la diagnosi occorre quindi migliorare la conoscenza dei segnali persistenti, aumentare l’attenzione dei professionisti sanitari e rendere più rapidi i percorsi di approfondimento.

Il punto non è trasformare ogni disturbo addominale in un sospetto oncologico, ma riconoscere le situazioni che meritano una valutazione: sintomi nuovi, frequenti, che non si risolvono o tendono a peggiorare.

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