Il 5 febbraio 2024 ho compiuto trent’anni e, come regalo, ho fatto un viaggio in Repubblica Dominicana. Al rientro mi aspettava il consueto controllo dalla ginecologa, alla quale ho chiesto di aggiungere anche un’ecografia al seno. È stata trovata una macchiolina e da lì sono andata all’ospedale Policlinico Gemelli. Un’altra ecografia, un agoaspirato e una risonanza hanno portato alla diagnosi di tumore al seno triplo negativo infiltrante G3.
La prima tappa è stata l’operazione, poi la chemioterapia e la radioterapia. Quando ricevi una diagnosi così ti cade il mondo addosso. Se oggi ne parlo con serenità è perché è passato un anno dall’ultima chemio e c’è un certo distacco che mi permette di raccontare la mia storia.
UN’ACCETTAZIONE FATICOSA
In genere, le ragazze della mia età hanno tumori al seno ormono-dipendenti. Nel mio caso, invece, si è trattato di un tumore triplo negativo, non genetico. Mia madre aveva avuto un tumore al seno tre anni prima, ma era tutt’altra cosa: un carcinoma in situ, rimosso senza bisogno di chemioterapia.
Sono sempre stata sportiva, normopeso, non ho mai fumato e ho bevuto alcol solo occasionalmente. Non sono riuscita a darmi una spiegazione medico-scientifica, e questo ha reso l’accettazione più difficile. Ho dovuto prendere questo tumore e farci i conti.
L’OPERAZIONE E LA CHEMIO
L’operazione di quadrantectomia è stata programmata d’urgenza. Da quel momento, e per tutto il percorso, mia madre Sabina è stata la mia ombra. Fondamentali anche mia sorella Margherita e mio fratello Federico. A volte erano loro più spaventati di me. Noi pazienti sappiamo cosa ci sta succedendo e come viviamo, ma i nostri cari no, e spesso siamo proprio noi a sostenere chi ci sta accanto.
Il momento più duro è stato quando, dopo l’operazione, ho saputo che avrei dovuto fare anche la chemioterapia. Il primo giorno ero terrorizzata, seduta in sala d’attesa, con la paura di come sarei cambiata, di che persona sarei diventata. Avevo visto uno zio trasformarsi dopo la chemio, diventare irriconoscibile, e temevo che potesse succedere anche a me. Avevo paura degli effetti collaterali, di non avere più energie per fare le cose che ho sempre amato.
SUPPORTO E SOLIDARIETÀ
La solidarietà che ho trovato nelle sale d’attesa è stata incredibile, un vero patrimonio dell’umanità. Incontrare altre donne e condividere consigli, è stato prezioso. Questi incontri mi hanno fatto pensare: si può fare. Ho fatto la chemio in estate e con la mia famiglia abbiamo preso in affitto una casa sul litorale laziale per poter andare avanti e indietro dall’ospedale. È stato un periodo di grande vicinanza, che mi ha fatto capire quanto il supporto delle persone amate sia fondamentale. Il consiglio che darei a chi sta accanto a una persona malata è di non lasciare che la malattia diventi totalizzante, ma di accompagnare chi amiamo nella quotidianità con una passeggiata, anche in silenzio, un film, qualche compera. Alleggerire la routine aiuta molto.
LA PERDITA DEI CAPELLI
La caduta dei capelli è stata difficile da accettare. I capelli fanno parte di noi, della nostra identità. All’inizio ero persino disposta a non fare la chemio pur di non perderli. Poi ho provato il caschetto refrigerante. Nonostante l’ausilio di thermos bollente e brodo caldo, è durissimo da sopportare. Il freddo è intenso, la testa si gela. Nonostante ciò ero pronta a tutto, ma con me non ha funzionato. Perdevo capelli ovunque: dal dentista, al ristorante, e in quantità incredibili. Alla fine l’oncologa mi ha spiegato che rischiavo di danneggiare il cuoio capelluto, compromettendo la ricrescita, e così ho rinunciato.
Avendo molti capelli, la perdita è stata graduale, attraverso un processo lungo e turbolento. Per un po’ li ho tenuti, pochi, raccolti in una treccina minuscola. Poi ho deciso di rasarmi. Quando sono rimasta completamente senza capelli, paradossalmente, mi riconoscevo di più. Mi piacevo anche.
IL RUOLO DELLA PARRUCCA
Ho comunque deciso di ricorrere a una una parrucca, soprattutto al lavoro, per non sentirmi vista solo come “la malata”. A casa, invece, era la prima cosa che toglievo insieme alle scarpe. Era scomoda, ingombrante, e avevo la costante paura che si capisse che era finta.
Attraverso l’azienda produttrice della parrucca ho partecipato a uno shooting fotografico a Matera, nell’ottobre 2024, per realizzare un calendario 2026. Lì ho incontrato altre donne, e confrontarmi con loro è stato fondamentale. Ne avevo bisogno per sentirmi meno sola, anche condividendo le paure estetiche che magari altri non avrebbero compreso come il timore che le unghie cambiassero colore e aspetto con le terapie.
Posare per quel progetto mi ha fatta sentire bellissima in un momento in cui faticavo a riconoscermi. Ero nel pieno delle terapie, mi mancavano ancora due cicli di chemio e la radioterapia. Tutto di me diceva che ero malata - l’assenza di capelli, l’odore della pelle e del mio sudore - ma mi sono sentita vista, valorizzata. È stata una meravigliosa esperienza di comunità e di condivisione, anche su temi come la sessualità e la fertilità.
LA CRIOCONSERVAZIONE DEGLI OVOCITI
Prima delle chemio mi è stata proposta la crioconservazione degli ovuli. È successo tutto molto velocemente. L’ho vissuta come qualcosa di surreale e invasivo. Dopo l’operazione avevo già la sensazione di un corpo non più del tutto mio. Quella procedura ha amplificato questa percezione, ma è stato un modo per avere una possibilità in più per il futuro. Nonostante per il momento non senta il desiderio di diventare madre, sapere di avere un’opzione mi rassicura, anche se l’idea di affrontare un altro percorso medico mi spaventa.
EMOZIONI DIFFICILI DA GESTIRE
Durante il percorso di cura le emozioni sono state intense e difficili da gestire. Il tumore era aggressivo, tutto è successo molto in fretta e non c’era tempo per elaborare. Ho iniziato a parlarne davvero solo dopo, a cure finite, grazie soprattutto alla psicoterapia, che già seguivo ma che ho intensificato dopo la diagnosi. Ogni settimana avevo uno spazio sicuro per rimettere ordine. È stato essenziale per trasformarmi e scoprire una versione di me che mi piace molto di più.
COSÌ HO RISCRITTO LA MIA VITA
Con la malattia ho riscritto la mia vita. Una delle prime decisioni è stata quella di non voler più lavorare in ufficio, dove mi sentivo in gabbia. La malattia mi ha restituito il tempo, la lentezza, il piacere di dieci minuti al sole in un parco. Durante le terapie ho continuato a lavorare perché mi faceva stare bene, ma alla scadenza del contratto ho deciso di non rinnovarlo. Ho scelto di trasformare la mia passione per i viaggi in un lavoro, organizzandoli, e accompagnando i turisti in giro per il mondo.
IL PEGGIO È PASSATO
Ho sentito che il peggio era passato con la fine della radioterapia, che nel mio caso è coincisa con il mio trentunesimo compleanno, a febbraio 2025. È stato un momento simbolico che mi ha permesso di chiudere il percorso e riappropriarmi di Ginevra. È facile identificarsi con la malattia, e liberarsi da quel personaggio malato non è scontato, ma io ora mi sento più leggera. Certo, restano i controlli post-terapia, molto stressanti. L’ansia è sempre presente e non ci si sente mai completamente guariti.
GUARIRE PER TORNARE A VIAGGIARE
Durante la malattia pensavo continuamente: “devo guarire per tornare a viaggiare”, e ci sono riuscita. I miei viaggi hanno ripreso tra Perù, Messico e Panama.
Mi hanno aiutata molto anche le cose più semplici: leggere, tenere un diario per i miei pensieri, camminare. Una passeggiata sul lungomare o allenarmi seguendo programmi pensati per pazienti oncologici sono stati un modo per sentirmi viva.


