La storia di Alessandra inizia un anno prima della sua diagnosi di tumore al seno, quando a riceverla è stata sua madre. 74 anni, un tumore al seno preso in tempo, niente chemioterapia, ma intervento, radioterapia e terapia ormonale. Eppure, dopo quella diagnosi, è rimasta a lungo bloccata nella paura che ha finito per attraversare tutta la famiglia.
Quando un anno dopo, a 44 anni, la diagnosi arriva anche ad Alessandra, il pensiero è immediato.
«Ho capito subito che non volevo reagire nello stesso modo. Non potevo permettermelo, soprattutto per mio marito Gianni e per le mie figlie. Giada di quindici anni e Giulia e Giorgia, gemelle di dodici. Avevo visto come la sofferenza mentale può trasformare una malattia in una prigione. E non volevo che succedesse a me, né alla mia famiglia».
LA DIAGNOSI
Alla prevenzione Alessandra è sempre stata attenta. Dieci mesi prima aveva fatto un’ecografia ed era tutto nella norma. Quel giorno, invece, compare un nodulino. Probabilmente benigno, le dicono. Ma è nuovo, e vale la pena approfondire con una biopsia. Pochi giorni dopo, all’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, arriva la diagnosi: tumore al seno ormono-dipendente, da operare.
L’intervento non è la parte più difficile. Lo sono i giorni prima. Gli esami, la TAC con mezzo di contrasto e la paura di eventuali metastasi, fortunatamente assenti.
LE CURE
Dopo la quadrantectomia Alessandra scopre che, a causa del coinvolgimento dei linfonodi, oltre alla radioterapia e alla terapia ormonale, servirà anche la chemioterapia. Crolla, ma solo per un momento. «La verità è che già dopo l’intervento parlavo al passato. Dire “avevo un tumore” è stata la mia ancora».
La chemioterapia dura sei mesi, da giugno a dicembre del 2024. Mesi durante i quali Alessandra decide di mantenere il più possibile la sua quotidianità, il lavoro, le abitudini. «Avevo paura di restare ferma a rimuginare, da sola sul divano. La routine mi ha tenuta in piedi e centrata, soprattutto per le mie figlie».
Durante quel periodo adotta anche una strategia tutta sua. Ogni volta che esce da una visita medica con notizie rassicuranti, si siede e si manda una mail. Si scrive quello che le hanno detto, parola per parola. Nei momenti di ansia, quando tutto sembra tornare a galla, riapre quelle mail e le rilegge.
LA PERDITA DEI CAPELLI
Le figlie, ciascuna a modo proprio, diventano lo specchio di quel momento. Quando iniziano le prime infusioni, Giorgia la prega di provare il caschetto refrigerante per salvare i capelli. Già dopo pochi minuti il freddo è insopportabile e Alessandra vorrebbe toglierlo. Resiste, ma non basta. I capelli iniziano comunque a cadere, tra la prima e la seconda chemio. A volte capita che il caschetto non funzioni.
«Avevo il terrore di ritrovarmi tutti i capelli sul cuscino, una mattina appena sveglia. Per questo ho deciso di rasarli, ma per evitare di legare quel momento ai ricordi di casa, ho chiesto aiuto al mio parrucchiere che ha aperto il negozio nel giorno di chiusura, apposta per me. È stato un momento molto doloroso. Io piangevo, lui piangeva, ma tra le lacrime siamo riusciti a strapparci qualche sorriso a vicenda».
Per le figlie non è facile. Giada, la più grande, crolla vedendo la madre senza capelli. È Giulia a strapparle le mani dal viso: «Ma smettila. È sempre la mamma. Sono solo capelli. Ricrescono».
In casa si abituano presto a vederla con e senza foulard, ma al lavoro, o in occasioni conviviali, Alessandra preferisce indossare la parrucca, per evitare sguardi di paura e di pietà.
IL LEGAME CON LE FIGLIE
Dire ai figli di avere un tumore resta la prova più difficile. Affrontare una malattia è complesso, ma comunicarla ai propri figli lo è ancora di più: proteggerli senza mentire e dire la verità senza spaventarli, permettendo loro di fidarsi.
«Il pomeriggio della diagnosi ero sola con loro. Non me la sentivo di rientrare a casa con il rischio di crollare una volta a tavola, così le ho portate fuori a cena. È stata una serata bellissima. Un’unica regola: niente telefoni. Tornate a casa, Giulia mi ha detto che era stata una delle cene più belle della sua vita. Io pensavo a quello che ancora non avevo avuto il coraggio di dire».
Lo fa qualche giorno più tardi, dopo aver lei stessa metabolizzato la notizia. Le reazioni sono diverse. Giada è razionale e schietta. “Ma puoi morire?”, le chiede. Eccola, la domanda che non avrebbe mai voluto sentirsi fare. Alessandra respira e risponde che no, al momento non rischia la vita. I medici l’hanno rassicurata e ora lei rassicura le sue ragazze. Giulia resta in silenzio, preferisce la solitudine per assorbire la notizia. Giorgia sente il bisogno di raccontarlo. In pochi giorni, il piccolo paese lombardo in cui vivono, lo sa. Da quel momento ha avuto la possibilità di incontrare molte donne che le hanno fatto coraggio.
IL TABÙ DELLE CURE
È anche grazie a loro che Alessandra oggi sente il bisogno di esporsi, di farsi avanti, di lasciare il suo numero di telefono a chi sta affrontando il suo stesso percorso. Perché intorno alla malattia oncologia, e specialmente alla chemioterapia, dice, c’è ancora un immaginario fermo, terrorizzante. «Si pensa che sarà per forza devastante, che le cure ti toglieranno tutto, forze, routine, quotidianità e che per forza vomiteremo e non riusciremo ad alzarci dal letto. Sono cure complesse e debilitanti, ma ogni storia è diversa. E abbiamo bisogno che qualcuno lo dica».
L’UMANITÀ IN CORSIA
La sua esperienza è stata segnata positivamente anche dal luogo in cui ha fatto le cure: la Casa di Cura Igea. Un ambiente piccolo, pochi posti, poche infusioni al giorno. Volti che diventano familiari. «Lì ho capito quanto contino le persone. Quando sono arrivata il giorno della mia prima chemio ero un automa. Sono entrata e mi sono seduta sulla poltrona. “Mi chiamo Alessandra, è la mia prima chemioterapia, e forse non sono così pronta”. Ho iniziato a piangere e l’infermiera mi ha preso la mano. “Lo so che è la tua prima volta, avete tutti quello sguardo di terrore. Hai paura perché non sai cosa accadrà, ma fidati di noi, non succederà niente di brutto, è semplicemente una cura”. Credo che chi lavora in questi contesti abbia una vocazione particolare, altrimenti non resisti».
Oggi sul comodino di Alessandra c’è una campanellina che, simbolicamente, ha suonato alla fine delle chemioterapie. «Quando la guardo penso che se ho superato il tumore, cosa potrà mai spaventarmi oggi?».
UNA NUOVA ALESSANDRA
Dopo la fine delle cure arriva un viaggio per tutta la famiglia, proposto dal padre. A New York, nel mese di ottobre del 2025, l’Empire State Building è illuminato di rosa per il mese della prevenzione del tumore al seno. Alessandra e sua madre sono proprio lì sotto e stanno bene. Da quel momento, anche la mamma sembra iniziare a sciogliere la paura che l’aveva tenuta inchiodata al tumore fino ad allora.
Anche grazie a un percorso di psicoterapia che l’ha aiutata a rielaborare tutto quanto, oggi Alessandra è cambiata. Assapora la vita con più lentezza e leggerezza, e riesce a vivere il momento presente, senza essere appesantita dalle ansie dei controlli futuri. Il suo mantra, che oggi guida le sue giornate, recita «quando sei felice, facci caso»,
«Quando si ha la fortuna di arrivare in fondo a un percorso di cura – continua –, credo sia importante raccontarlo. Anche per rispetto di chi non ha avuto la stessa possibilità. Quando va bene, bisogna dirlo. Bisogna farsi sentire».


