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Alimentazione

Steatosi epatica: ecco chi rischia di più

Presentate le linee guida per la diagnosi e il trattamento della steatosi epatica non alcolica. Molto comune, può degenerare in cirrosi e tumore del fegato

Avere il fegato grasso non è una bella cosa, ma per la gran parte di chi ce l’ha non è una vera malattia e non dà sintomi. Ora le principali società scientifiche coinvolte nella cura della malattia hanno definito le linee guida per identificare le persone a maggior rischio.

QUANTE PERSONE HANNO IL "FEGATO GRASSO"?

La platea con steatosi epatica non alcolica (Nafld, questi il nome e l’acronimo scientifico) è vasta: il 25-30 per cento della popolazione generale; e fino al 50 per cento dei pazienti obesi o diabetici. Sono numeri in aumento in tutto il mondo. Se si parla di “malattia di fegato avanzata”, e quindi a rischio di complicanze, le persone colpite si riducono all’1-2 per cento della popolazione mentre tra quanti soffrono di diabete si arriva al 10-15 per cento.

UN ALGORITMO PER CAPIRE CHI HA BISOGNO DI CURE

Per trovare un metodo facile di screening tra i vari stadi del fegato grasso si sono unite tre associazioni di specialità mediche stilando le prime linee guida italiane con degli algoritmi di triage diagnostici. Non spaventi, una volta tanto, la parola algoritmo: «Si tratta di un discrimine molto facile per indicare quali pazienti sono da indirizzare verso una cura o uno specialista e quanti non devono far nulla – spiega il professor Alessio Aghemo, segretario della Aisf (Associazione italiana per lo studio del fegato) e docente di Gastroenterologia all’Università Humanitas di Milano.- I valori su cui basarsi sono facili e solo tre: transaminasi, piastrine, età». Anche i punti chiave delle linee-guida sono tre: il primo, già visto, è per diagnosticare malati e non; i principi della gestione clinica ideale (quali e ogni quanto gli esami di controllo); la gestione farmacologica.

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