Secondo gli esperti nel nostro Paese sono 800 mila le persone colpite dal virus dell'epatite C. Un numero fortunatamente non più in costante aumento ma che continua a far paura. Perché il virus è subdolo. Può rimanere silente per più di 20 anni e intanto danneggiare il fegato. Risultato? Cirrosi e, nei casi più fortunati, trapianto di fegato. Fortunatamente, dopo anni di cure non sempre efficaci e prive di effetti collaterali, da qualche anno sono arrivati nuovi farmaci in grado di eradicare la malattia. I dati sull'efficacia, come dimostrano gli ultimi studi presentati al congresso AASLD di Boston in corso in questi giorni, cominciano a farsi consistenti. Unico problema ora rimane il prezzo, ancora molto elevato.
ASSENZA DI SINTOMI
Negli Stati Uniti l'epatite C è definita “silent killer”. Il motivo? Il più delle volte le persone che ne sono affette non sanno di esserlo. La fase acuta dell’infezione del virus decorre quasi sempre in modo asintomatico. Appena contratta l'infezione, il paziente può soffrire di sintomi vaghi come febbre, senso di stanchezza, inappetenza e ittero. Generalmente però questi sintomi passano e per molti anni la malattia non da segni. La cronicizzazione dell’epatite, che accade in più del 70% dei pazienti, si manifesta con transaminasi elevate o fluttuanti e con l’insorgenza della fibrosi.
POPOLAZIONE A RISCHIO
In Italia la gran parte degli infetti ha un’età superiore a cinquant'anni e ciò testimonia un’endemia di tale infezione tra la popolazione del nostro Paese negli anni '50-‘70. Purtroppo tra i pazienti portatori dell’infezione il 20-30% è evoluto in una grave epatopatia e si stima che in Italia i cirrotici da virus C siano oltre 150 mila e siano circa 4-5 mila i casi di tumore del fegato conseguenti all’infezione cronica da tale virus. Infine è di assoluto rilievo sottolineare che oltre il 60% dei 1.100 trapianti di fegato che si effettuano in Italia ogni anno siano causati dal virus C.
Come spiega il professor Carlo Federico Perno, primario dell’Unità Complessa di Virologia Molecolare al Policlinico di Roma Tor Vergata, «oggi l'ondata di infezioni è alle spalle poiché sappiamo esattamente quali sono le modalità di contagio. Il virus si trasmette per contatto diretto con il sangue. Il così elevato numero di malati in Italia è dovuto a “errori” del passato. Trasfusioni e utilizzo di siringhe infette, soprattutto nella popolazione dei tossicodipendenti, hanno contribuito a creare la situazione attuale. Per fortuna oggi le nuove infezioni sono in diminuzione e, soprattutto per le trasfusioni, il rischio di contagio è pressoché prossimo allo zero. Oggi, in particolare, ciò a cui si deve prestare massima attenzione sono tatuaggi e piercing effettuati in luoghi non idonei».







