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Alimentazione

Andare a scuola aiuta anche a migliorare la dieta

pubblicato il 05-06-2020

Maggiori livelli di istruzione possono influenzare le scelte alimentari di ognuno di noi, al di là di quella che è la disponibilità economica

Andare a scuola aiuta anche a migliorare la dieta

Un adeguato livello di istruzione si riflette anche sulle scelte che compiamo tavola: al di là di quella che è la disponibilità economica di un individuo. A più di tre mesi dalla chiusura delle scuole per l'emergenza Covid-19, uno studio condotto dall'Università di Leeds ribadisce alcuni punti fermi e fornisce diverse indicazioni per migliorare le condizioni delle persone meno abbienti. La conferma - leggendo le conclusioni del lavoro, pubblicato sulla rivista Plos One - riguarda il legame che c'è tra lo status socioeconomico e la qualità della dieta. Maggiori sono le risorse, più salutari risultano le scelte alimentari. Detto ciò, anche nelle famiglie in cui si fatica ad arrivare a fine mese c'è la possibilità di crescere figli più sani. Come? Facendoli studiare. Oltre che per uscire dalla povertà, l'istruzione è infatti considerata un viatico anche per migliorare la dieta. E, di conseguenza, lo stato di salute. 

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RISORSE ECONOMICHE, ISTRUZIONE E DIETA

Sono queste le considerazioni che emergono dall'analisi dei dati raccolti da oltre 27mila adulti in 12 Paesi europei (Austria, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Ungheria, Kazakistan, Macedonia, Paesi Bassi, Svezia e Regno Unito). I ricercatori hanno estrapolato le informazioni riguardanti l'assunzione dei diversi nutrienti e le hanno poi incrociate con i livelli di istruzione dei singoli individui. Lo status socioeconomico è stato determinato prendendo in considerazione il Prodotto Interno Lordo (Pil) di ogni nazione. Mettendo assieme queste informazioni, gli scienziati hanno dimostrato che anche nel Vecchio Continente vale quanto già dimostrato negli Stati Uniti: al crescere delle disponibilità finanziarie di una famiglia, migliora il profilo della dieta dei suoi componenti. Un aspetto valido in linea generale, che è risultato però mitigato dall'aumento dei livelli di istruzione. Una maggiore alfabetizzazione, anche a livello scientificosanitario, può dunque in parte aiutare anche chi ha meno risorse a compiere scelte alimentari a tutela della propria salute. Un aspetto di cui tenere conto «soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito», secondo Holly Rippin, epidemiologa nutrizionale dell'Università di Leeds e consulente dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha finanziato lo studio. Ma la questione è estremamente attuale anche in Italia, dove le scuole sono chiuse da oltre tre mesi. «L'istruzione è una leva con cui migliorare lo stato di salute delle persone meno agiate».  


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LE DIFFERENZE TRA I SINGOLI PAESI 

I ricercatori hanno valutato la qualità della dieta monitorando l'intake calorico giornaliero e l'assunzione di macro e micronutrienti: grassi totali, grassi trans, zuccheri, ferro, acido folico e vitamina D. Dai confronti tra i diversi Paesi, è emerso che l'apporto di energia e grassi non variava in base al Pil nazionale. Quanto agli zuccheri, invece, a ogni incremento del 10 per cento prodotto interno lordo, è corrisposta una crescita (5 per cento) dell'introito calorico da essi garantito (i consumi più alti si sono registrati in Germania). Il tutto, però, bilanciato da un dispendio energetico mediamente superiore. Quanto ai micronutrienti, indipendentemente dai livelli di istruzione, la maggiore ricchezza è risultata associata a un apporto più elevato di folati (a fare eccezione soltanto la Macedonia, in cui la produzione e i consumi di frutta e verdura sono elevati) e di vitamina D (soprattutto nei Paesi scandinavi, probabilmente per i maggiori consumi di pesce azzurro e per l'abitudine a consumare alimenti fortificati). Opposto invece il trend del ferro, spesso più basso nelle popolazioni più abbienti. Un dato che, secondo i ricercatori, «può essere dovuto al fatto che, nei Paesi a reddito più elevato, un maggior numero di persone segue diete vegetariane o sta riducendo il consumo di alimenti di origine animale (il ferro lo si trova anche però in legumi, cereali integrali, frutta secca, verdura a foglia verde scuro, ndr)».

POLITICHE SANITARIE RIVOLTE AI PIU' DEBOLI

Al di là delle differenze nazionali, dallo studio si deduce che «senza un forte orientamento politico mirato a incentivare la scelta di alimenti di buona qualità, ampie fasce della popolazione europea rischiano di seguire una dieta non ottimale, con un impatto sulla salute e, di conseguenza, sull'economia». Questa la considerazione dei ricercatori, secondo cui occorre guardare subito con grande attenzione «ai Paesi a basso reddito e, più in generale, alle persone meno istruite». Queste ultime, nei confronti interni o tra Paesi in condizioni analoghe, sono risultate le più penalizzate, al di là della loro disponibilità economica. Da qui l'appello di Janet Cade, esperta di salute pubblica dell'università di Leeds e coordinatrice della ricerca: «L'auspicio è che i Paesi europei utilizzino queste informazioni per mettere a punto politiche nutrizionali tese a dare la priorità ai bisogni delle persone più vulnerabili».  


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MALNUTRIZIONE E MALATTIE CRONICHE

La malnutrizione concorre allo sviluppo di malattie croniche non trasmissibili quali quelle cardiovascolari, respiratorie, alcuni tumori e il diabete. Alla base di molte di queste, c'è l'obesità, i cui numeri a livello globale risultano triplicati dal 1975 al 2016. Un problema che riguarda da vicino anche l'Europa, dove 6 adulti su 10 convivono con i chili di troppo. Nei Paesi ad alto reddito, oggi, il cancro fa più vittime delle malattie cardiovascolari, a cui va ascritto però il 45 per cento dei decessi che si registrano in Europa. In questi casi, la dieta è il primo fattore di rischio modificabile. Ma negli anni si è capito che quello che mangiamo condiziona in maniera rilevante anche il rischio di sviluppare un tumore. Problemi che ci riguardano soltanto da adulti? No, se si considera che l'educazione alimentare impartita durante l'infanzia contribuisce a far crescere uomini e donne più sani. A ciò occorre aggiungere che uno scarso apporto di calcio, ferro, vitamina D, iodioacido folico condiziona lo sviluppo dei bambini e concorre all'insorgenza di condizioni tipiche dei bambini più sfortunati: l'anemia sideropenica, il rachitismo e i difetti del tubo neurale.

  

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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