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Trapianti di fegato da vivente per salvare la vita dei più piccoli

pubblicato il 29-05-2015
aggiornato il 29-06-2017

La procedura ha le stesse probabilità di successo della donazione da cadavere. Ma in Italia, su oltre mille trapianti effettuati nel 2014, appena 17 sono stati da vivente

Trapianti di fegato da vivente per salvare la vita dei più piccoli

Tra i pazienti più piccoli c’è Alina, una bambina russa di otto anni che ha subito due trapianti da vivente: il fegato dal papà e un rene dalla nonna. A costringerla in sala operatoria una ossalosi, caratterizzata dalla presenza di depositi di ossalato di calcio nei reni e anche in altri organi vitali. Nel caso del fegato questo tipo di trapianti prevede di utilizzare parte dell’organo di un donatore, permettendo così di reperire un organo in condizioni di urgenza.


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CHANCE PER I BAMBINI

Rispetto alla difficoltà di reperire organi da donatore cadavere che siano idonei al ricevente pediatrico, la scelta del donatore vivente amplia il ventaglio delle opzioni oggi disponibili per salvare la vita anche ai pazienti più piccoliSono i genitori, in genere, a offrire una parte del proprio fegato al figlio, con esiti operatori rassicuranti. «Si tratta di una scelta sicura e coraggiosa - afferma Jean De Ville De Goyet, direttore del dipartimento chirurgico dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma -. Le tecniche di intervento consentono di avvicinare il successo degli operazioni al 100%».


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CHI HA BISOGNO DI UN FEGATO NUOVO?

Ampliare la rete dei donatori è una priorità. Oggi il 40% dei trapianti in Italia si effettua in pazienti colpiti da un tumore (purché privo di metastasi): l’unico per cui il trapianto dell’organo è accettato nel mondo come strumento definitivo di cura. Ma un fegato nuovo può servire anche ai pazienti colpiti da cirrosi epatica e alcolica, oltre alle forme di insufficienza epatica acuta, riconoscibile dall’alterazione della coagulazione del sangue e da uno stato di confusione mentale specifico (encefalopatia epatica). Negli Stati Uniti riguarda all’incirca duemila persone ogni anno, mentre in Italia non c’è un sistema di monitoraggio specifico. Nei casi più gravi, in cui la prospettiva di vita può essere inferiore a una settimana, non c’è alternativa al trapianto. Ma le condizioni del paziente non permettono sempre di attendere una donazione da cadavere.

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L’ORGANO SI RIGENERA IN UN MESE

Così un gruppo di ricercatori canadese ha deciso di valutare la sicurezza della procedura da vivente - possibile affidandosi a un familiare di età compresa tra 18 e 55 anni - nei confronti di pazienti colpiti da insufficienza epatica acuta. Stando ai dati pubblicati sull’American Journal of Transplantation, non ci sarebbe alcuna differenza nel decorso della malattia legata all’origine dell’organo. Tra il 2006 e il 2013, gli specialisti del General Hospital di Toronto hanno sottoposto a trapianto di fegato da donatore vivente sette pazienti affetti da insufficienza epatica acuta. A ventisei, invece, il fegato è stato donato da una persona deceduta. I tassi di complicanze sono risultati comparabili: come la sopravvivenza a uno, tre e cinque anni dall’intervento. «Il trapianto di fegato da vivente si effettua prelevando almeno la metà dell’organo, capace di rigenerarsi nell’arco di un mese», spiega Luciano De Carlis, direttore dell’unità di chirurgia dei trapianti all’ospedale Niguarda di Milano, dove nel 2001 fu effettuato il primo intervento simile in Italia (oggi si è a quota 90). «Si tratta di un’opportunità per far aumentare il bacino dei donatori e abbassare la loro età media, che oggi si attesta sui 65 anni». 


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PROCEDURA SICURA

Quella da vivente è una tecnica autorizzata in Italia da più di quindici anni, anche se il campione di pazienti trattati rimane esiguo. Sui 1.056 trapianti di fegato eseguiti nel nostro Paese nel 2014, appena 17 sono avvenuti da donatore vivente. Il primo trapianto di fegato da cadavere risale al 1964 e di strada nel frattempo ne è stata fatta. In Italia, tra il 1999 e il 2014, si è passati da 685 trapianti a 1.056 all’anno, con uno standard qualitativo tra i migliori al mondo. Nessun dubbio sui benefici. Soltanto negli Stati Uniti, secondo uno studio pubblicato su Jama Surgeryl’introduzione del trapianto di fegato ha salvato oltre 460mila vite in cinquant’anni. La notizia meno buona è che esiste ancora un divario tra il numero di pazienti in lista di attesa e i trapianti effettuati per anno. In Italia, a fronte dei 1.056 interventi effettuati l’anno scorso, ci sono ancora 1.042 pazienti che attendono un organo nuovo.  

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali.


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