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Una bufala tira l'altra e non sempre serve smascherarla

pubblicato il 14-12-2015
aggiornato il 23-02-2017

L'utente complottista, di fronte all'attività di smentita documentata, rafforza la convinzione di essere nella ragione. A dimostrarlo uno studio sull'analisi dei social network a opera dell'IMT di Lucca

Una bufala tira l'altra e non sempre serve smascherarla

«Il cancro va curato con il bicarbonato. La cura Di Bella funziona. Ecco la pianta che elimina il 99,9% delle cellule cancerose. I vaccini fanno venire l'autismo». In sole due righe ecco condensate le principali bufale sulla salute che ormai da anni - complice l'avvento dei social network - girano nel web. Da un lato c'è chi dice che bisogna fare debunking, ovvero smontare pezzo per pezzo le assurdità che si leggono. Dall'altro c'è chi dice che è inutile: le persone non cambiano idea. La verità, forse, sta nel mezzo: fare debunking - con cui si intende l'attività di smascheramento delle bufale - può aiutare la maggior parte della popolazione che si perde in mille informazioni e non riesce a contestualizzarle. Per il complottista però il discorso è differente. Più si tenta di smontare la bufala e più rimarrà convinto di quanto afferma. A intuito potrebbe non essere una novità ma ora i dati lo certificano, almeno sul web. A dirlo, analizzando i comportamenti in rete, è uno studio dell'IMT Institute for Advanced Studies di Lucca, centro di eccellenza mondiale nello studio delle dinamiche dei fenomeni sui social network.

 

CONFERMARE LA PROPRIA VISIONE

Analizzando il comportamento degli utenti su Facebook, gli scienziati dell'IMT hanno scoperto che i fruitori di “informazione alternativa” sono fortemente polarizzati. I pattern di comportamento, in particolare i “mi piace” e i commenti ai post, sono sempre sostanzialmente gli stessi indipendentemente dalla bufala in questione. «Nel nostro ultimo studio - spiega Walter Quattrociocchi, uno degli autori - abbiamo confermato quanto osservato qualche mese fa: analizzando oltre 55 milioni di utenti e cinquantamila post ciò che è parso particolarmente evidente è che l'utente complottista vive all'interno di una propria narrazione della realtà che lo porta a selezionare solo le informazioni che confermano la propria visione». 

 

IL "DEBUNKING" SERVE POCO

Un modo di informarsi che porta i complottisti a formare un vero e proprio blocco granitico impermeabile a qualsiasi tentativo di debunking. Non solo, essendo così polarizzati gli utenti si danno man forte aumentando così la convinzione della veridicità della bufala. Il mondo esterno, quello che tenta faticosamente di dare ragione di ciò che accade, viene totalmente ignorato. La conferma arriva proprio dall'ultimo studio dei ricercatori italiani. In virtù della così forte polarizzazione e tendenza ad informarsi su siti inaffidabili, su oltre quindici milioni di utenti complottisti, solamente quattromila vengono raggiunti da post di debunking in cui la bufala viene smontata pezzo per pezzo.

 

EFFETTO CONTRARIO

Un risultato scoraggiante a cui se ne aggiunge un altro: «Per il complottista l'attività di debunking porta ad un rafforzamento della propria convinzione, il cosiddetto “confirmation bias”. Quando c'è debunking abbiamo misurato un raddoppio dei “mi piace” sui post complottisti. Un chiaro segno che questa attività peggiora la situazione», conclude Quattrociocchi.


@danielebanfi83

Daniele Banfi
Daniele Banfi

Giornalista professionista è redattore del sito di Fondazione Umberto Veronesi dal 2011. Laureato in Biologia presso l'Università Bicocca di Milano – con specializzazione in Genetica conseguita presso l'Università Diderot di Parigi- ha un master in Comunicazione della Scienza. Collabora con diverse testate nazionali.


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