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Cardiologia

Long-Covid: e se la soluzione fosse nella vaccinazione?

pubblicato il 09-03-2021

Molti pazienti colpiti dalla Covid-19 si portano dietro alcuni sintomi per diversi mesi. È il Long-Covid. L'ipotesi che il vaccino possa attenuare la «coda lunga» della malattia

Long-Covid: e se la soluzione fosse nella vaccinazione?

Per il momento, è soltanto un’ipotesi. Può la vaccinazione contro Covid 19 essere considerata un ausilio per mettersi definitivamente alle spalle quella lunga «coda» della malattia che oggi prende il nome di Long-Covid? Nessuno studio, al momento, ha indagato l’effetto dell’immunizzazione su chi, pur essendosi negativizzato da tempo, continua ad avvertire sintomi riconducibili alla malattia provocata da Sars-CoV-2. Ma alcune testimonianze raccolte dai clinici d’Oltreoceano lasciano intendere che la possibilità di un beneficio esiste. E poggerebbe anche su un razionale scientifico, seppur tutto da dimostrare. Ma andiamo con ordine.

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LONG-COVID: DI COSA SI TRATTA?

Alcune persone che hanno avuto la Covid-19 possono soffrire di sintomi variabili e debilitanti per molti mesi dopo l'infezione iniziale. Questa condizione è comunemente chiamata Long-Covid. Manca una definizione esatta, ma in genere si considera affetto da questa forma cronica della malattia chi continua ad accusare i sintomi anche due mesi o più dopo essere risultato negativo al tampone molecolare. Ad accusarla sono soprattutto le persone colpite in precedenza da una forma moderata o severa della malattia. Ma in realtà la Long-Covid è oggi presente nelle vite anche di chi, dopo l'infezione, ha sviluppato sintomi paragonabili a quelli di una comune influenza. I campanelli d’allarme sono i seguenti: stanchezza persistente, mal di testa, mancanza di respiro, anosmia (perdita dell’olfatto), debolezza muscolare, febbre, disfunzione cognitiva («nebbia» da Covid), tachicardia, disturbi intestinali e manifestazioni cutanee. Si tratta di un aspetto comune ad altre infezioni. Anche dopo l’epidemia di Sars e i focolai di chikungunya ed Ebola, infatti, alcuni pazienti hanno continuato a registrare alcuni sintomi per diversi mesi. Al di là della riabilitazione, efficace per i problemi respiratori e cognitivi, non è ancora chiaro come si possano aiutare queste persone a recuperare la migliore forma.


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LONG-COVID: LE IPOTESI ALLA BASE DEL PROBLEMA

Vista l’esiguità e la qualità dei dati raccolti, è presto per affermare che la vaccinazione rappresenti una soluzione per i pazienti colpiti da Long-Covid. Ma l’osservazione proveniente dalla vita reale può costituire un valido spunto per le attività di ricerca. Le ipotesi, sul piano biologico, non mancano. Per prima cosa, occorre tenere presente che, seppur non più contagiose, le persone affette da Long-Covid potrebbe conservare dei residui virali nei tessuti (al di là dei polmoni). «Non si può escludere che questa riserva continui a stimolare il sistema immunitario e rappresenti la possibile causa del protrarsi dei sintomi - ha spiegato Akiko Iawasaki, docente di immunologia e biologia molecolare all’Università di Yale, in un thread su Twitter -. La vaccinazione, stimolando la produzione di anticorpi, potrebbe accelerare la loro eliminazione». Dunque, prima possibilità: via gli ultimi frammenti di virus e addio progressivamente anche ai sintomi della Long-Covid.

 
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IL VACCINO ANTICOVID-19 COME «REGOLATORE» DELL'INFIAMMAZIONE?

Un'infiammazione persistente - legata proprio alla sopravvivenza del virus in altri tessuti - costituisce la seconda ipotesi. Correlata, di fatto, alla prima. A cascata, anche la terza: il permanere dell'infezione potrebbe essere la causa di una risposta del sistema immunitario che porterebbe a considerare la Long-Covid come una forma di malattia autoimmune. Ipotesi presa in esame anche per altre condizioni per cui si valuta il ruolo di virus e batteri, come nel caso della sclerosi multipla. «L'attacco dei leucociti, innescati dalla stimolazione dell’immunità innata, potrebbe essere alla base della persistenza dei sintomi - è il ragionamento di Iwasaki -. In questo caso, il vaccino potrebbe dare una scossa al sistema immunitario e ripristinare le condizioni di normalità presenti prima dell’infezione». Un «reset» - a cui potrebbero contribuire anche gli anticorpi monoclonali e il plasma iperimmune, in linea del tutto teorica: servirebbero studi randomizzati per dimostrarlo - che contribuirebbe alla progressiva attenuazione dei sintomi. Se il beneficio dovesse essere la conseguenza di quest'ultimo aspetto, secondo l’esperta, «probabilmente avrebbe una durata limitata».

LONG-COVID E VACCINI: I PUNTI DA CHIARIRE

Ipotesi credibili, in linea teorica, che si cercherà di verificare nei prossimi mesi. «Siamo in una fase molto preliminare: restano ancora da chiarire i criteri per una corretta diagnosi di Long-Covid - frena l'immunologo Sergio Abrignani, ordinario di patologia generale all’Università Statale di Milano e direttore dell’Istituto nazionale di genetica molecolare Romeo ed Enrica Invernizzi -. L'infezione da coronavirus, quando c'è, si vede. Ed è sempre misurabile. Oggi sappiamo che, in una minoranza dei casi, può persistere fino a 4-6 mesi. Ma è certo che Sars-CoV-2 non dà origine a infezioni di tipo cronico come invece fanno, per esempio, l'HIV, l'HCV e gli Herpesvirus».

 


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