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Fumo

Stop al fumo: il cerotto serve, specie se "rinforzato"

pubblicato il 27-05-2013
aggiornato il 04-09-2017

Uno studio americano rilancia il tema degli aiuti farmacologici nel dire no al tabacco. L'esperto spiega: non è mai troppo tardi, smettere anche dopo una diagnosi di tumore può raddoppiare la sopravvivenza. Pure l'implantologia funziona meglio. I centri anti-sigarette ci sono, ma quasi dimenticati

Stop al fumo: il cerotto serve, specie se "rinforzato"

 

Uno studio rilancia il tema dei farmaci nel dire no al tabacco. I centri anti-sigarette ci sono, ma quasi dimenticati

Quasi 2 milioni di fumatori italiani stanno seriamente pensando di spegnere l’ultima sigaretta entro i prossimi sei mesi. Sono un sesto del totale, che è di 10,8 milioni. Si tratta di cifre imponenti. E un altro dato che si può aggiungere sono i 2 milioni e mezzo che ci hanno già provato almeno una volta, senza successo. Per loro e per i “virtuosi” decisi a tentare presto risulterà utile uno studio della Duke University, nel North Caroline, sull’efficacia dei cerotti con la nicotina, metodo molto impiegato sia su prescrizione medica sia, forse di più, come cura fai-da-te. Funzionano questi cerotti che, fornendo dosi decrescenti, dovrebbero disabituare alla sostanza che provoca il craving , la ‘fame’ cerebrale, per il tabacco?

TRE FARMACI ALLA PROVA - L’indagine è stata condotta su 600 fumatori, tutti muniti di cerotto per due settimane. Dopo una settimana, primo ‘tagliando’: a quanti non avevano almeno dimezzato il numero di sigarette sono stati dati, a loro insaputa (in doppio cieco), agli uni o agli altri, due farmaci anti-fumo: il bupropione è stato aggiunto in alcuni cerotti, altri pazienti sono rimasti col solo cerotto originario e un terzo gruppo ha ricevuto soltanto vareniclina. I risultati? Alla fine della ricerca (8-11 settimane) il solo cerotto alla nicotina aveva fatto smettere il 16% dei fumatori mentre l’aggiunta di bupropione aveva innalzato la cifra al 28%. E la vareniclina? In questa fase aveva segnato il risultato peggiore, ma al controllo a 6 mesi di distanza ecco la sua rivincita: quelli che tuttora non fumavano erano il 16% mentre il semplice cerotto si era dimostrato efficace contro le ricadute solo nel 6% dei casi.

UN AIUTO DOPPIO - Il professor  Stefano Nardini, pneumologo che ha grande esperienza nel settore dirigendo da tempo il Centro antifumo dell’Ospedale di Vittorio Veneto (Treviso), valuta i dati di questa ricerca americana, concorda: «In effetti in questa ricerca il bupropione si è rivelato più efficace della vareniclina, nel breve periodo e quando aggiunto al cerotto…».  E passa a illustrare quali sono i metodi del Centro e la sua esperienza. Per prima cosa, osserva, va distinto chi vuole smettere e chi deve smettere: perché ha già ricevuto una diagnosi di bronchite cronica o ha avuto un infarto o ha subito un intervento chirurgico per un tumore polmonare. In questo caso fallire non è permesso. «Noi seguiamo un percorso doppio:  medicine da una lato, le tre usate anche nella ricerca della Duke University, e lo psicologo dall’altro. No, non si tratta di una psicoterapia vera e propria. Sono dei colloqui individuali per circa sei mesi, più ravvicinati all’inizio, tesi a cogliere quelle situazioni, quei comportamenti che più spingono al fumo e ad aiutare di conseguenza il paziente a modificarli».

LA “VOGLIA” DURA POCHI MINUTI - Tra gli esempi: smettere di bere il caffè se è inscindibile da una sigaretta, telefonare in piedi se lo stare seduti richiama il fumare, insomma fare qualcos’ altro: per fortuna la voglia irresistibile di fumare dura pochi minuti». E il cerotto, che uso se ne fa? «E’ uno dei tre aiuti farmacologici che impieghiamo, modulando l’uso e le combinazioni a seconda dei risultati. Ma la “terapia sostitutiva con nicotina” può avvenire anche con un inalatore, compresse, chewing gum…». A chi deve smettere perché già colpito nel fisico da guai di cui il tabagismo è almeno concausa, può sembrare tardi per dire addio alle sigarette. Prevale l’avvilimento: «Ormai… il danno è fatto…».

PIU’ VITA ANCHE CON IL TUMORE - Per queste persone il professor Nardini ha notizie più che rincuoranti: «E’ dimostrato che perfino chi è affetto da tumore polmonare non operabile e deve affrontare una chemioterapia, anche se smette dopo la diagnosi migliora la sopravvivenza in modo significativo. Sì, uno studio oramai classico su un tipo di tumore abbastanza frequente e non operabile ha dimostrato che la sopravvivenza a 5 anni raddoppia e migliora parecchio anche la qualità della vita. Pure i dentisti che fanno impianti dicono che le probabilità di successo sono più alte se smetti, allora, di fumare. Così, per gli interventi chirurgici programmati, si hanno meno complicazioni postoperatorie se nell’occasione ci si stacca dal tabacco».

I CENTRI TRASCURATI - Con vantaggi così rilevanti, meglio creare più strutture per aiutare tanti a smettere di fumare: l’assistenza, anche intensiva, per smettere di fumare costa molto meno di chemioterapie e altre cure. Stefano Nardini pigia su questo tasto. E osserva che centri antifumo sulla carta ci sono in Italia: ben 380 gli ambulatori dedicati (295 dello Stato e 85 di associazioni di volontariato). Appena sufficienti se solo funzionassero e avessero le risorse necessarie. E se non fosse che appena un terzo dei fumatori sa della loro esistenza. «Il risultato è questo», conclude il professore. «In Inghilterra un ambulatorio antifumo segue in media 5-600 persone all’anno, da noi meno di 100. C’è altro da aggiungere?». No, ma resta una curiosità: e le sigarette elettroniche?  «Posso solo dire che ce ne sono di tanti tipi, con diverse sostanze inalabili, e che non esiste ancora un vero studio scientifico sul loro impiego».

Serena Zoli


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