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Globuli bianchi in azione contro il melanoma

pubblicato il 11-06-2018
aggiornato il 10-09-2018

Rendere più efficiente l’immunoterapia e identificare marcatori di predizione di risposta nei pazienti: sono le sfide in cui si cimenta Valentina Proserpio

Globuli bianchi in azione contro il melanoma

Il melanoma è un tumore maligno della pelle. Nonostante rappresenti il cinque per cento di tutti i tumori cutanei, è molto aggressivo ed è responsabile di circa tre quarti di tutti i decessi per cancro della pelle. Un ruolo fondamentale nella lotta contro questo tumore è rappresentato dalla prevenzione e dalla diagnosi precoce: il tasso di sopravvivenza a 5 anni per un melanoma localizzato è dell’84 per cento, ma si riduce molto in caso di malattia metastatica, anche se molti passi avanti sono stati fatti anche nella terapia. In particolare, l'immunoterapia, cioè un approccio che addestra i globuli bianchi a combattere le cellule maligne, viene oggi applicata con successo in molti pazienti affetti da melanoma. Ma non per tutti si rivela efficace. Come mai? Cercare di capirlo è l’obiettivo di ricercatori come la biologa Valentina Proserpio, che dopo diverse esperienze di lavoro  tra Stati Uniti e Regno Unito, è rientrata in Italia e ora lavora presso l’Italian Institute for Genomic Medicine (IIGM) dell’Università degli Studi di Torino.


Valentina, parlaci meglio della tua ricerca.

«Il mio progetto mira a studiare, una ad una, le cellule del sistema immunitario che si infiltrano nel tessuto tumorale del melanoma e capire come “addestrarle” a combattere il tumore. L’obiettivo finale è aumentare l'efficienza dell’immunoterapia per controllare la crescita e indurre una regressione permanente del cancro e delle metastasi del melanoma. Inoltre i risultati permetteranno di identificare nuovi marcatori per selezionare in anticipo i pazienti che rispondono meglio».

 

Quali prospettive apre per le possibili applicazioni alla salute?

«Poter disporre di terapie più efficaci per il melanoma e marcatori in grado di predire in anticipo quali pazienti ne possono trarre beneficio e quali no rappresenterebbe una svolta sia per i pazienti che per il servizio sanitario nazionale, riducendo sprechi e costi e massimizzando i risultati».  

 

Perché hai scelto di intraprendere la strada della ricerca?

«Mio padre è medico, e si è sempre occupato dei suoi pazienti in modo professionale ma amorevole. È sempre stato un punto di riferimento per me. Inoltre ho sempre avuto un interesse innato per lo studio dei meccanismi della vita».

 

Un momento della tua vita professionale che vorresti incorniciare

«Quando ho letto la lettera di referenze che la mia ex-capa, Sarah Teichmann, ha scritto per la Fondazione Veronesi. Leggere quelle parole mi ha riempito di felicità e orgoglio».


Come ti vedi fra dieci anni?

«Ricercatrice a capo di un gruppo con persone entusiaste come me».

Pensi che la scienza e la ricerca abbiano “lati oscuri”?

«Innanzitutto il divario tra i generi, il famoso “gender gap”, che da donna sento come un problema cruciale. A fronte di una stragrande maggioranza di donne laureate in Biologia, passando da Post-doc a group leader il rapporto si inverte. Orari di lavoro flessibili, la possibilità di contratti part-time  potrebbero aiutare a ripristinare un giusto rapporto tra uomini e donne. Merita anche una menzione il problema dei contratti di lavoro per i ricercatori, precari, senza i contributi pagati, senza nessuna garanzia quali maternità, malattia e pensione».  

 

Qual è  il senso profondo che ti spinge a fare ricerca?

«Sono convinta che l’evoluzione scientifica sia guidata dai nostri quotidiani, piccoli, risultati di ricerca. Questa idea è un buon carburante per affrontare ogni giornata lavorativa».


Con chi ti piacerebbe andare a cena una sera?

«Kary Mullis, inventore della reazione a catena della polimerasi. Sarei curiosa di sapere come ha conciliato una “vita sopra le righe” con una carriera scientifica».

 

Chiara Segré
Chiara Segré

Chiara Segré è biologa e dottore di ricerca in oncologia molecolare, con un master in giornalismo e comunicazione della scienza. Ha lavorato otto anni nella ricerca sul cancro e dal 2010 si occupa di divulgazione scientifica. Attualmente è Responsabile della Supervisione Scientifica della Fondazione Umberto Veronesi, oltre che scrittrice di libri per bambini e ragazzi.


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