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Il metabolismo dei folati nel tumore della prostata

pubblicato il 14-11-2016
aggiornato il 05-06-2017

Valeria Naponelli vuole verificare se ridurre l’apporto di folati, vitamine necessarie per la crescita delle cellule, possa contrastare la crescita del cancro prostatico

Il metabolismo dei folati nel tumore della prostata

Il cancro della prostata è il tumore più diffuso nella popolazione maschile dei paesi occidentali: dieta e stile di vita sono i principali fattori che influenzano il rischio di sviluppo di questa malattia. La prostata produce un secreto che contiene alti livelli di piccole molecole chiamate poliammine, la cui sintesi aumenta a sua volta nelle cellule di cancro prostatico. Queste sostanze sono necessarie per la crescita cellulare e la regolazione dei geni. La sintesi delle poliammine è strettamente connessa con il metabolismo dei folati. I folati, assunti con l’alimentazione, sono vitamine essenziali per la proliferazione cellulare perché indispensabili nel processo di costruzione del Dna. È stato osservato che un’elevata produzione di poliammine (come nel caso dei tumori alla prostata) aumenta la richiesta nella cellula di folati, necessari per il normale metabolismo cellulare: ridurre l’apporto di folati potrebbe quindi essere una strategia per «tagliare i viveri” al cancro prostatico. Di questo si occupa Valeria Naponelli (nella foto), biologa anconetana del Dipartimento di Scienze Biomediche, Biotecnologiche e Traslazionali (S.Bi.Bi.T.) dell’Università degli Studi di Parma, sostenuta dal progetto SAM - Salute Al Maschile di Fondazione Umberto Veronesi.

Valeria, su cosa lavori più nel dettaglio?

«Recentemente è stato pubblicato uno studio clinico in cui si valutava se un supplemento di folati potesse aiutare a prevenire l'insorgenza di polipi del colon: questo supplemento è risultato associato ad un anomalo aumento dei casi di tumore prostatico. Sembra quindi che l’integrazione di folati, sebbene benefica per cellule sane, possa avere un ruolo nell'accelerazione della crescita di cellule tumorali già presenti in fase latente. Le cellule tumorali della prostata hanno maggiore sensibilità rispetto a quelle normali ad una riduzione dei folati: per questo motivo nei pazienti affetti da cancro alla prostata l'uso terapeutico di molecole anti-folati potrebbe risultare particolarmente efficace. Il mio progetto di ricerca si propone proprio di valutare l'effetto di una ridotta disponibilità di folati sulla proliferazione e sul differenziamento di cellule prostatiche umane a vari stadi di trasformazione neoplastica, analizzando gli effetti anche sulle poliammine».

Quali prospettive apre questo progetto per la conoscenza biomedica e la salute umana?

«I risultati, oltre a contribuire alla comprensione del cancro della prostata, consentiranno di aumentare le conoscenze sulle complesse interrelazioni fra ridotta disponibilità di folati, metabolismo delle poliammine e proliferazione delle cellule tumorali, anche in relazione al possibile ruolo giocato dal microambiente che circonda il tumore. L’obiettivo finale è identificare possibili bersagli molecolari utilizzabili per contrastare la progressione del tumore prostatico».

Sei mai stata all’estero a fare un’esperienza di ricerca?

«Sono stata a Gainesville in Florida per 3 anni e 3 mesi, presso il Food Science and Human Nutrition Department, Institute of Food and Agricultural Sciences della University of Florida. Avevo la voglia e il bisogno di mettermi alla prova».

Cosa ti ha lasciato questa esperienza? Ti è mancata l’Italia?

«Quel periodo mi ha innanzitutto donato nuovi amici, ma anche più fiducia in me stessa e nelle mie capacità, non solo professionali. È stata un’esperienza che mi ha insegnato a misurarmi con un ambiente totalmente estraneo facendo affidamento soltanto sulle mie forze. Mi ha anche fatto capire come in Italia sia difficile fare ricerca. Mi è molto mancato il nostro paese, per il cibo e lo stile di vita ma anche per la maggiore facilità nell’instaurare e coltivare rapporti personali profondi».

Ci racconti un episodio strano o particolare che ti sia capitato durante il tuo lavoro?

«Una volta, mentre lavoravo in Florida, ho ordinato del siero di coniglio per alcuni esperimenti. Pochi giorni dopo è arrivato un pacco contenente 4 conigli pronti per la cottura! Mi sono subito spaventata pensando che con il mio inglese avessi sbagliato a farmi capire, quando ha chiamato l’azienda fornitrice, scusandosi perché avevano confuso l’indirizzo di consegna con quello di un ristorante. La signora al telefono ha voluto precisare che non sarebbero riusciti a riprendere i conigli in tempi utili e che quindi potevamo mangiarli noi. Non ho mai visto il mio professore con un sorriso così smagliante a fronte di un errore di spedizione…».

Ricordi il momento in cui hai capito che la tua strada era quella della scienza?

«L’ho capito nei primi periodi della tesi, quando sono stata lasciata da sola al bancone, senza il mio tutor che controllava quello che facevo. Mi sono sentita “al mio posto”, tranquilla e serena, e ho capito che avevo trovato la mia strada».

Un momento della tua vita professionale che vorresti incorniciare e uno invece da dimenticare.

«Un bel momento è stato quando sono risultata vincitrice della borsa di ricerca della Fondazione Veronesi. È bello sapere che qualcuno crede in te e nelle tue idee, specialmente oggi che è sempre più difficile reperire fondi. Un momento brutto è stato il primo meeting di laboratorio che ho fatto a Gainesville, una full immersion nell’inglese a cui non ero abituata. Ho dovuto concentrarmi molto per 4 ore per capire tutti i progetti a cui lavoravano i miei colleghi e le problematiche che avevano riscontrato durante quella settimana di lavoro. Quando sono tornata a casa sono stata per un’ora a occhi chiusi al buio per cercare di riprendermi». 

Pensi che la scienza e la ricerca abbiano dei lati oscuri?

«Credo che la scienza e la ricerca di per sé siano sempre “buone” perché servono a capire meglio ciò che ci circonda. Il problema sorge quando le conoscenze e la ricerca vengono sottomessi ad altri tipi di interesse, economici o di potere. Questi “lati oscuri” potrebbero essere affrontati fornendo alla collettività maggiori informazioni sugli argomenti di ricerca e sulle scoperte che vengono effettuate, evidenziando anche gli eventuali rischi oltre che i vantaggi. In questo modo ogni cittadino sarebbe messo nelle condizioni di fare scelte ponderate e critiche e potrebbe sentirsi più coinvolto nelle decisioni che abbiano ricadute sul benessere della società». 

Hai famiglia?

«Sono sposata con Roberto dal 2012 e ho due bambini bellissimi, Matteo di quattro anni e Andrea di uno». 

Se un giorno uno dei tuoi figli ti dicesse che vuole fare il ricercatore, come reagiresti?

«Ne sarei contenta. Gli direi che è un lavoro bellissimo ma difficile, soprattutto perché non dà la sicurezza di un posto fisso per molto tempo».

Raccontaci un ricordo a te caro di quando eri bambina.

«Mi ricordo che dopo cena, quando ero a casa dei miei nonni materni, mi alzavo e chiedevo a mio nonno di ballare con me, e lui rideva divertito». 

Una «pazzia» che hai fatto.

«Andare a vivere in Florida da sola! Se ripenso al bilocale in cui vivevo mi vengono i brividi: non che fosse brutto, ma chiunque poteva buttare giù la porta o entrare dalla finestra. Anche aver conosciuto mio marito su internet (via Skype) mentre ero negli USA la ritengo una pazzia…».

Con quale personaggio famoso ti piacerebbe andare a cena?

«Con lo chef Antonino Canavacciuolo, che mi è molto simpatico e magari mi potrebbe far capire ed apprezzare meglio tutto il lavoro e lo studio che c’è dietro un buon piatto».


@AgneseCollino


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