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Preservare il muscolo nella cachessia da tumore

pubblicato il 09-04-2018

Roberta Sartori, biotecnologa vicentina, studia i meccanismi con cui il tumore “mangia” il muscolo e i motoneuroni, contribuendo alla perdita di peso nei pazienti oncologici

Preservare il muscolo nella cachessia da tumore

Più della metà dei pazienti con tumori solidi va incontro a eccessiva e progressiva perdita di peso corporeo, definita cachessia neoplastica, dovuta all'esaurimento di tessuto adiposo e muscolare. Essa aumenta il tasso di morbilità e di mortalità, riduce la qualità di vita del paziente e ne complica la gestione riducendo la tolleranza e la risposta ai trattamenti farmacologici. La cachessia è la diretta causa di decesso nel 22-44 per cento dei pazienti oncologici. Questa perdita di peso patologica non può essere contrastata solo con un approccio nutrizionale, ma occorrerebbe intervenire anche a livello farmacologico. Per farlo, è necessario conoscere a fondo i meccanismi molecolari patologici alla base di questo complesso fenomeno, in gran parte ancora sconosciuti: di questo si occupa Roberta Sartori all’Istituto Veneto di Medicina Molecolare di Padova. 
 

Roberta, ci racconti nei dettagli la tua ricerca?

 «Sto caratterizzando un nuovo meccanismo patogenetico che sottende alla perdita di massa e forza muscolare durante la cachessia neoplastica. Dati preliminari hanno rilevato che il tumore non solo erode il muscolo, ma consuma anche il motoneurone, interrompendo la comunicazione nervo-muscolo alla base della contrazione muscolare e della produzione di forza. I nostri dati hanno individuato, nel muscolo affetto da cachessia, un’anomala regolazione di una via del segnale chiamata BMP, che compromette anche la corretta comunicazione tra motoneurone e muscolo». 
 

Quali prospettive apre il tuo progetto per la gestione del paziente oncologico?

 «La possibilità di disegnare nuovi approcci terapeutici che, correggendo l’attività della via BMP nel muscolo, possano prevenire sia la perdita di massa che la perdita di forza muscolare nei pazienti oncologici con cachessia. Inoltre, ci offre la possibilità di proporre nuovi marcatori molecolari per monitorare la progressione della cachessia attraverso i diversi stadi, fare previsioni prognostiche e valutare l’efficacia delle terapie».


Ricordi quando hai capito che la tua strada era quella della scienza?

 «Al liceo, quando la professoressa di scienze ci ha parlato del progetto genoma umano e delle importanti applicazioni dell’ingegneria genetica, ad esempio l’insulina prodotta da batteri per la cura dei diabetici. Ero scossa da queste lezioni, sentivo che le scienze della vita stavano aprendo scenari inediti, sfide e domande inimmaginabili prima, anche sul piano filosofico».
 

Come ti vedi fra dieci anni?

«È una domanda difficile e dolorosa per una persona che ha la mia età, vive in Italia e fa questo lavoro. Ho talmente paura che i miei sogni vengano disillusi che non ci penso. Il futuro genera in me un senso di smarrimento».


Cosa ti piace di più della ricerca?

«Vivere quotidianamente dentro la dimensione del dubbio e della domanda».


E cosa invece eviteresti volentieri?

«La precarietà lavorativa. Vivere il paradosso di essere invitata a parlare della mia ricerca in giro per il mondo e, allo stesso tempo, non potermi comprare un pc per lavorare a rate perché non mi viene concesso un finanziamento».


Se ti dico scienza, cosa ti viene in mente?

«Il diritto di essere curiosi, di porre qualsiasi domanda e avere tutti i mezzi a disposizione per cercare una risposta. Il mondo della ricerca, in un paese civile, è quello che dovrebbe mettere lo scienziato nelle condizioni di fare scienza liberamente». 
 

Qual è il senso profondo del tuo lavoro?

«Vivere nella consapevolezza che non scopro nulla di nuovo, semplicemente rivelo qualcosa che esisteva già, ma che nessuno prima di me aveva compreso, per dare un piccolo contributo alla conoscenza».

 

Pensi che la scienza e la ricerca abbiano lati oscuri?

«Mi preoccupa che molti dei risultati pubblicati non siano riproducibili. Questo evidenzia lati oscuri nella loro produzione e gestione. La corsa per la pubblicazione a ogni costo, per avere finanziamenti e progredire nella carriera, non sta facendo del bene alla scienza. Anzi».


Con chi ti piacerebbe andare a cena una sera?

«Marie Curie. Vorrei chiederle come ha trovato la forza per andare avanti nei momenti più bui».


 

Chiara Segré
Chiara Segré

Chiara Segré è biologa e dottore di ricerca in oncologia molecolare, con un master in giornalismo e comunicazione della scienza. Ha lavorato otto anni nella ricerca sul cancro e dal 2010 si occupa di divulgazione scientifica. Attualmente è Responsabile della Supervisione Scientifica della Fondazione Umberto Veronesi, oltre che scrittrice di libri per bambini e ragazzi.


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