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Studio il legame tra chemioterapia e ipertensione

pubblicato il 18-09-2017

I farmaci che bloccano la formazione di nuovi vasi sanguigni in alcuni casi provocano ipertensione. Marica Bordicchia lavora per capire perché ciò accada

Studio il legame tra chemioterapia e ipertensione

La crescita dei tumori è strettamente dipendente dallo sviluppo di una nuova rete vascolare che possa fornire nutrimento: negli anni questa osservazione ha suggerito che bloccare l’angiogenesi, cioè il processo di formazione di nuovi vasi sanguigni, sarebbe stata una strategia terapeutica efficace in ambito oncologico. Sono stati così messi a punto diversi farmaci chemioterapici anti-angiogenici che vanno generalmente a colpire i processi molecolari legati al fattore di crescita dell’endotelio (VEGF), una proteina che stimola la produzione del tessuto che costituisce l’interno dei vasi. Oggi sono disponibili molti farmaci anti-angiogenici altamente specifici, e con ridotti effetti collaterali rispetto ai chemioterapici tradizionali. Tuttavia, le terapie anti-VEGF sembrano causare l’insorgenza dell’ipertensione (cioè di pressione alta) nel 30-80 per cento dei pazienti trattati. Con un finanziamento di Fondazione Umberto Veronesi, Marica Bordicchia, biologa anconetana che lavora presso l’Università Politecnica delle Marche, cerca di capire quale sia il meccanismo alla base di questo fenomeno.
 

Marica, di cosa ti occupi di preciso nel tuo progetto di ricerca?

«Dovete sapere che il cuore, in risposta alla tensione delle sue pareti, produce speciali ormoni chiamati peptidi natriuretici. Questi ormoni agiscono per ristabilire i valori normali di pressione, tuttavia ancor oggi non si sa se e come vengano alterati dai chemioterapici anti-angiogenici, e se un’eventuale interazione possa essere alla base dell’ipertensione causata da questi farmaci. Lo scopo principale del mio progetto è quindi quello di capire - in vivo e in vitro - se e come i chemioterapici anti-VEGF/VEGF-R influiscano sui peptidi natriuretici e sul controllo della pressione arteriosa, per poter identificare la migliore terapia per i pazienti affetti da tumori del colon-retto o del rene. Valuterò inoltre l’associazione di parametri del sangue, valori della pressione e stato dei vasi della retina e del microcircolo oculare (come riferimento per lo stato dei vasi di tutto il corpo) prima e dopo il trattamento con i farmaci».

 

Quale impatto potrebbe quindi avere questo tuo progetto sulla salute dei pazienti?

«Chiarire gli aspetti che legano i chemioterapici anti-VEGF all’aumento della pressione arteriosa potrà aiutare a definire il miglior approccio terapeutico per i pazienti oncologici (in particolare quelli già affetti da pressione alta), in modo da ridurre le morti associate a complicazioni cardiache e cerebrali legate all’ipertensione».

 

Marica, tu sei stata negli Stati Uniti a fare ricerca: ci racconti la tua esperienza?

«Esatto: ho potuto lavorare nel prestigioso Sanford Burnham Prebys Medical Discovery Institute di Orlando (in Florida), sotto la guida di Sheila Collins, massima esperta nell’ambito dei processi metabolici».

 

Cosa ti ha lasciato questa esperienza all’estero?

«Mi ha fornito sicuramente un enorme bagaglio di esperienza, sia personale sia scientifica. Ho affrontato tante situazioni belle e brutte che hanno solo rafforzato la mia voglia di fare ricerca. Mi sono scoperta forte e determinata: oggi sicuramente sono una mamma più grintosa e so di poter affrontare anche momenti difficili. Spero di trasmettere questa voglia di fare ai miei figli».

 

Quand’è che hai capito che la tua strada era quella della scienza?

«Da subito: il laboratorio e gli esperimenti mi hanno sempre affascinata. Sin da piccola provavo a fare le pozioni: nel tempo queste hanno lasciato spazio al Dna e alla genetica. Oggi per me fare scienza vuol dire aggiungere un mattoncino, contribuire in qualche modo allo sviluppo di nuove conoscenze».

 

E se non avessi fatto la ricercatrice, cosa avresti fatto?

«La maestra nella scuola dell’infanzia».

 

Cosa ti piace di più della ricerca?

«La gioia che si prova nel vedere verificata un’ipotesi, un esperimento riuscito, un articolo scientifico accettato».

 

E cosa invece eviteresti volentieri?

«L’elemosinare una borsa, un posto, un riconoscimento del mio lavoro. Laboratori che si svuotano di colleghi validi e la mancanza di interesse delle autorità nei confronti di noi, più o meno giovani ricercatori».

 

Se ti dico scienza e ricerca, cosa ti viene in mente?

«Per collegarmi ad un tema di grande attualità direi Edward Jenner e Louis Pasteur, due pionieri nello sviluppo dei vaccini».

 

Pensi che la scienza e le ricerca abbiano dei lati oscuri?

«Più di uno, ma credo che la gestione delle risorse economiche e la chiusura degli atenei ai giovani siano i problemi principali. Una politica di sviluppo sicuramente potrebbe aiutare tutti, e in generale contribuire alla ripresa di un paese che senza ricerca e sviluppo è ormai fermo da troppo tempo».

 

Marica, prima ci dicevi che sei mamma: e se un giorno uno dei tuoi figli ti dicesse che vuole fare il ricercatore, come reagiresti?

«Sinceramente lo metterei in guardia, per lo meno dal fare ricerca in Italia».

 

Cosa fai nel tempo libero?

«Amo qualsiasi sport e il teatro».

 

Quando è stata l’ultima volta che ti sei commossa?

«Guardando il film “La chiave di Sarah”, sul dramma della Shoah».

 

Il tuo libro del cuore?

«Uno dei miei libri preferiti è “Sognavo l’Africa” di Kuki Gallmann».

 

Quale personaggio famoso ti piacerebbe poter incontrare?

«Un mio sogno sarebbe stato conoscere Nelson Mandela, premio Nobel per la Pace nel 1993».

 

Agnese Collino
Agnese Collino

Biologa molecolare. Nata a Udine nel 1984. Laureata in Biologia Molecolare e Cellulare all'Università di Bologna, PhD in Oncologia Molecolare alla Scuola Europea di Medicina Molecolare (SEMM) di Milano, Master in Giornalismo e Comunicazione Istituzionale della Scienza all'Università di Ferrara. Ha lavorato nove anni nella ricerca sul cancro e dal 2013 si occupa di divulgazione scientifica


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