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Radioterapia mirata contro le ricadute dopo la mastectomia

pubblicato il 24-10-2016
aggiornato il 11-10-2017

Nicoletta Tomasi Cont, medico torinese che affianca al lavoro in corsia anche una passione per la ricerca clinica, lavora sulle terapie adiuvanti per ridurre il rischio di recidiva del tumore al seno

Radioterapia mirata contro le ricadute dopo la mastectomia

Il tumore al seno colpisce ogni anno circa cinquantamila donne in Italia. Guarire adesso si può, nella maggior parte dei casi, grazie alla prevenzione, alla diagnosi precoce e a cure sempre più precise ed efficaci. Il percorso di cura non è mai semplice, e molta attenzione deve essere posta anche agli aspetti psicologici e all’impatto sulla fisicità e sull’integrità corporea. Per questo, negli ultimi anni è stato registrato un aumento delle pazienti sottoposte a mastectomia con ricostruzione immediata, e preservazione del complesso areola-capezzolo. Non sono rari però complicazioni legate alle protesi e collegate alle radioterapie che, spesso, accompagnano l’intervento chirurgico. Ridurre sempre di più questi effetti collaterali mantenendo la stessa efficacia clinica è l’obiettivo di Nicoletta Tomasi Cont (nella foto), giovane ginecologa in forze all’Istituto di Ricerca e Cura a Carattere Scientifico di Candiolo, in provincia di Torino: lì svolge un progetto di ricerca clinica, grazie a una borsa di ricerca della Fondazione Umberto Veronesi nell’ambito del progetto Pink is Good.

Nicoletta, in cosa consiste il tuo progetto?

«Si svolge prevalentemente in ambito clinico, attraverso la partecipazione attiva e il reclutamento di pazienti affette da tumore al seno, la raccolta dei dati clinici e la successiva analisi. Il mio obiettivo è valutare se una radioterapia parziale toracica concentrata sul quadrante del tumore originale dopo mastectomia riduce il rischio di recidiva della malattia, contenendo d’altra parte la tossicità locale. La radioterapia è infatti quasi sempre consigliata nel trattamento del tumore al seno, per ridurre il rischio di ricadute locali, elevato soprattutto nelle pazienti candidate a mastectomia con ricostruzione e inserimento di protesi mammarie. In questi casi, spesso viene eseguita una radioterapia anche sulla parete toracica e sui linfonodi loco-regionali. Non è rara la tossicità a causa dell’irradiazione di organi non bersaglio, che può determinare un danno della protesi posizionata a scopo ricostruttivo. Io voglio verificare se concentrare la radioterapia solo in corrispondenza del quadrante del seno colpito da tumore riduca gli effetti collaterali, ma nello stesso tempo non causi aumento del tasso di recidive. I primi dati, ancora preliminari, sono incoraggianti in tal senso». 

Quale impatto potrebbe avere la tua ricerca sulla gestione delle pazienti con tumore al seno?

«Se la radioterapia parziale risultasse efficace nel ridurre le recidive locali, potrebbe rappresentare un’alternativa alla radioterapia standard, contenendo il tasso di complicanze a carico della protesi, con grandi benefici per la qualità della vita delle pazienti dopo le terapie». 

Come mai un medico che lavora a contatto con i pazienti decide di dedicarsi anche alla ricerca?

«Mi piace l’idea di contribuire ai progressi della medicina. Ho scelto questa strada insieme alla mia collega e migliore amica, con cui ho condiviso il percorso della specializzazione in ginecologia e ostetricia».

Come ti vedi fra dieci anni?

«Una ricercatrice affermata e una ginecologa che lavora presso un istituto oncologico. Amo molto il mio duplice lavoro: il contatto con le pazienti è molto stimolante, anche se non sempre facile. C’è ancora molta ostilità nei confronti delle sperimentazioni cliniche e quindi spesso è necessario superare la riluttanza delle pazienti e spiegare loro che senza ricerca non ci sarà progresso».

 Quale figura ha ispirato nella vita?

«Io sono, fin da piccola, una grande amante della montagna e ci vado appena posso (e pensare che ho paura del vuoto). Quindi direi Lynn Hill, una grande scalatrice, la prima donna che ha scalato in giornata in libera la via Nose a El Capitan, Yosemite, in California».

Pensi che la scienza abbia dei lati oscuri”?

«Per me, un lato oscuro dell’attuale progresso scientifico è l’aspirazione all’immortalità. La morte fa parte della vita ed ciò che la rende preziosa. Credo che gli scienziati abbiano gli strumenti intellettuali necessari per definire il limite oltre il quale non avventurarsi».

Cosa ti piace di più della ricerca?

«La possibilità di progredire nella medicina e di offrire alle mie pazienti, soprattutto quelle colpite da malattie oncologiche, cure sempre più specifiche ed efficaci».


@ChiaraSegre
 

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Chiara Segré
Chiara Segré

Chiara Segré è biologa e dottore di ricerca in oncologia molecolare, con un master in giornalismo e comunicazione della scienza. Ha lavorato otto anni nella ricerca sul cancro e dal 2010 si occupa di divulgazione scientifica. Attualmente è Responsabile della Supervisione Scientifica della Fondazione Umberto Veronesi, oltre che scrittrice di libri per bambini e ragazzi.


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