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Oncologia

Linfomi, per guarirli si punta sull'immunoterapia

pubblicato il 09-12-2014
aggiornato il 08-03-2017

Novità incoraggianti dal congresso della società americana di ematologia: con nuove cure e diagnosi più precise si allungano le prospettive di vita per i pazienti

Linfomi, per guarirli si punta sull'immunoterapia

Piccoli ma importanti passi avanti per puntare alla guarigione, o almeno a un significativo allungamento della sopravvivenza, in quei malati con un linfoma che non risponde alle molte terapie già oggi disponibili. Vanno in questa direzione le principali novità presentate quest’anno al Convegno Americano di Ematologia (Ash), in corso a San Francisco. Secondo le statistiche più recenti, oggi guarisce il 75-80 per cento dei circa 2.300 connazionali che ogni anno si ammalano di linfoma di Hodgkin, che colpisce principalmente giovani adulti fra i 25 e i 30 anni. Per quanto riguarda i linfomi non Hodgkin, invece, si arriva alla guarigione più o meno nel 60 per cento dei 12.800 nuovi casi scoperti ogni anno.  In particolare all’Ash sono stati presentati importanti risultati di studi clinici disegnati per testare l’efficacia e la tollerabilità di nuovi farmaci biologici da soli o in associazione alla chemioterapia in pazienti affetti da linfoma di Hodgkin e non Hodgkin.

 

NUOVE CURE PER I CASI PIU’ COMPLESSI DI LINFOMA DI HODGKIN

«Il linfoma di Hodgkin in recidiva o refrattario dopo la terapia standard cosiddetta ABVD (le sigle, ben note ai pazienti, stanno a indicare il mix di farmaci utilizzati, ndr) o dopo terapie di salvataggio più intensificate (BEACOPP, IGEV, DHAP e autotrapianto di cellule staminali), è un campo in cui la ricerca sta sviluppando molto interesse – spiega Umberto Vitolo, direttore dell dipartimento di ematologia all'ospedale Molinette di Torino -. Il farmaco d'elezione in questo gruppo di pazienti a cattiva prognosi è il Brentuximab Vedotin, anticorpo monoclonale sperimentato ora (con esiti incoraggianti) come breve mantenimento post-chemioterapia di salvataggio e autotrapianto di cellule staminali periferiche.

Lo stesso medicinale, in associazione al chemioterapico bendamustina, ha mostrato risultati molto promettenti (con una risposta globale di 94 per cento, di cui 82 per cento di remissione completa) in pazienti che non avevano ottenuto i risultati sperati dalla prima linea di trattamento». Da altri studi, una strategia attuabile invece per i pazienti con linfoma di Hodgkin che recidivano o sono refrattari alla terapia con Brentuximab Vedotin appare poi quella di sfruttare un altro meccanismo di proliferazione della cellula del linfoma di Hodgkin con la famiglia di farmaci anti-PD1 (come nivolumab e pembrolizumab). «In sostanza – chiarisce Vitolo - diverse sperimentazioni hanno mostrato piccoli ma significativi progressi ottenuti con le target therapies, che hanno anche il vantaggio di avere minori effetti collaterali rispetto ai “vecchi” chemioterapici. E poi possono essere presi per bocca, oltre ad aumentare i tassi di successo delle cure proprio in quelle persone che finora non traevano beneficio dai trattamenti standard».

 

DIAGNOSI PIU’ PRTECISE PER IL LINFOMA NON HODGKIN A GRANDI CELLULE B

Altro sottotipo di linfoma per cui ci sono novità è quello non Hodgkin a grandi cellule B, il più diffuso tra i linfomi non Hodgkin, il cui trattamento standard attuale consiste nella chemioimmunoterpia Rituximab più CHOP (R-CHOP). Nei pazienti in recidiva e refrattari il trattamento d'elezione è invece la chemioterapia ad alte dosi seguita da autotrapianto, ma per chi è impossibilitato a farla o per chi non ottiene i risultati sperati, sono ora stati condotti studi con nuove molecole biologiche. In questo gruppo di pazienti i farmaci più nuovi in studio sono rappresentati dagli antiCD19 CAR-T, terapie cellulari geneticamente modificate per trasformare il nostro sistema immunitario in un soldato equipaggiato contro i nemici più ostili: sono molto promettenti, ma ancora ai primi livelli di sperimentazione (e peraltro costosissimi).

«Ma per questi tumori – conclude l’esperto - al momento attuale l'attenzione principale è rivolta alla miglior definizione istologica alla diagnosi. Esiste infatti un sottogruppo di linfomi a grandi cellule considerati a prognosi peggiore in quanto hanno caratteristiche intermedie con il linfoma di Burkitt o presentano delle caratteristiche biologiche più sfavorevoli (legate ai geni c-myc e bcl2). Questi linfomi sono chiamati “double-hit” e richiedono un'attenzione particolare nella scelta del trattamento perché a terapia standard R-CHOP non sembra essere adeguato. Proprio su questo argomento è stato presentato uno studio che descrive la possibilità di curare questo gruppo di pazienti con uno schema di cura a dosi progressivamente maggiori in associazione a Rituximab, con risultati promettenti».

E’ quindi indispensabile riconoscere al momento della diagnosi le forme più aggressive (i cosiddetti  “double-hit”) attraverso un apposito esame condotto, che deve essere fatto a completamento dell'esame istologico e delle altri analisi  standard, al fine di evitare di prescrivere cure in eccesso o in difetto a seconda del sottotipo di neoplasia di cui soffre ciascun malato.

Vera Martinella
Vera Martinella

Laureata in Storia, dopo un master in comunicazione, inizia a lavorare come giornalista, online ancor prima che su carta. Dal 2003 cura Sportello Cancro, sezione dedicata all'oncologia sul sito del Corriere della Sera, nata quello stesso anno in collaborazione con Fondazione Umberto Veronesi.


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