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Oncologia

Amianto, quelle bonifiche quasi impossibili

pubblicato il 30-01-2015
aggiornato il 10-02-2017

Resta ancora alto (1800 nel 2014) il numero delle diagnosi di mesotelioma a 23 anni dal divieto di utilizzo del minerale. Il picco della malattia è atteso nel 2020

Amianto, quelle bonifiche quasi impossibili

Le prove sono inconfutabili: sulla capacità dell'amianto di causare il mesotelioma della pleura non vi sono dubbi. Ciò su cui occorre agire, adesso, è il processo delle bonifiche. Tremila morti ogni anno in Italia a causa della neoplasia, 1800 diagnosi nel 2014, più di quindicimila tra il 1993 e il 2008, alcune realtà del Paese falcidiate da questa piaga sociale: da Casale Monferrato (Alessandria) a Bari, da Broni (Pavia) a Biancavilla (Catania), da Priolo (Siracusa) a Napoli. Realtà che pagano lo scotto di aver sposato la causa delle monocolture industriali: quasi sempre fallimentari, almeno sul piano della tutela della saluti. Impossibile attendere ancora.

 

LA "FIRMA" DELL'AMIANTO
 
La notizia più fresca è la sentenza della Cassazione che ha "scagionato" la Eternit dal disastro di Casale Monferrato. Ma le aree a rischio e in attesa di bonifica in Italia sono ancora 35521. Tra le situazioni più delicate c'è quella di Bari, sede fino al 1985 dello stabilimento “Fibronit”, fabbrica di manufatti a base di materiali rivelatisi poi cancerogeni. E proprio nel capoluogo pugliese l'Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) ha voluto organizzare la III Consensus Conference per il controllo del mesotelioma maligno della pleura, «una neoplasia che indica chiaramente l'esposizione, diretta o meno, all'amianto», affermano all'unisono Giorgio Scagliotti, direttore del dipartimento di oncologia dell'Università di Torino, e Carmine Pinto, direttore dell'unità operativa di oncologia dell'Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma.
 
 
IL NODO DELLE BONIFICHE
 
L’Italia è al vertice della task force europea per la sorveglianza attiva dell’amianto, il cui utilizzo - assieme, alla lavorazione e all'esportazione - è vietato dal 1992. Ogni 12 mesi vengono smaltite 380mila tonnellate di rifiuti del minerale, per quasi cinquant'anni utilizzato da diversi settori industriali: dalla cantieristica navale al tessile, dal metalmeccanico all'edilizia. Ma il quadro tracciato nei giorni scorsi in Puglia è ancora largamente incompleto: serviranno più di ottant'anni per dismettere gli oltre 32 milioni di tonnellate di asbesto presenti nel Paese. Un ritardo che porterà il Paese, secondo gli specialisti, a registrare un picco dei nuovi casi di mesotelioma tra il 2020 e il 2025, cui potrebbe seguire una fase di stabilizzazione verso l'alto per diversi decenni. «Anche se il mesotelioma è stato inserito nell’elenco delle malattie professionali, vi sono ancora inconcepibili ritardi nel riconoscimento previdenziale. Vanno inoltre garantiti uguali diritti ai pazienti con mesoteliomi insorti dopo esposizioni ambientali ad amianto, ai familiari dei lavoratori e alla popolazione generale», porta a galla il problema Pinto.
 
 
TERAPIE: A CHE PUNTO SIAMO?
 
«Parlare di amianto e di mesotelioma è praticamente la stessa cosa», sintetizza il numero uno dell'Aiom. Oggi si sa con certezza che, se non ci fosse mai stata una così ampia diffusione della cittadinanza al minerale, il mesotelioma della pleura - il tumore colpisce la membrana che riveste i polmoni - non sarebbe mai divenuto un'emergenza per diversi Paesi. Così come risulta chiaro che il problema, adesso e nei prossimi anni, non riguarderà più l'esposizione professionale, ma quella ambientale. In attesa delle bonifiche, dunque, medici e ricercatori sono al lavoro per migliorare la diagnosi - fino a oggi spesso tardiva - e le terapie. Contro il mesotelioma - che emerge con tosse, dolore toracico e difficoltà respiratorie - l'approccio è sopratutto di tipo medico e prevede l'utilizzo di chemioterapici (antifolati e composti di platino), in alcuni casi associati alla chirurgia e alla radioterapia. 
 
 
UN NO FERMO ALLE SIGARETTE
 
L'unica arma nelle mani dei cittadini per ridurre i rischi riguarda il fumo. Chi abita in aree altamente esposte all'amianto non dovrebbe più accendere una sigaretta. C'entra il tumore al polmone, che ha tra i fattori di rischio (ma non unico) il contatto con il minerale, in questo caso. Chiosa Scagliotti: «Il fumo aumenta il rischio di 10-12 volte, l'amianto lo quintuplica. Messi assieme i due fattori, la probabilità che ne deriva è la conseguenza della moltiplicazione dei valori: 50 o 60 volte superiore alla norma».
 
 
Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali.


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