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Oncologia

Dall'Afghanistan a Perugia per dare scacco matto al tumore al seno

pubblicato il 15-03-2018
aggiornato il 04-04-2018

Le specialiste dell'ambulatorio di Herat per tre mesi nell'ospedale umbro. Obiettivo: rendere possibili anche in Afghanistan diagnosi accurate e precoci di tumore al seno

Dall'Afghanistan a Perugia per dare scacco matto al tumore al seno

Prima di tutto viene la passione per la medicina. «È il lavoro che ho sempre voluto fare e per realizzarmi ho scelto l'Afghanistan, il mio Paese». Poi il desiderio di aiutare le donne, «perché le opportunità per curarsi esistono anche da noi, ma le donne sono poco informate». Le due (forti) motivazioni, messe assieme, hanno spinto Fatema Karimi (nella foto con Annamaria Parola, responsabile delle relazioni istituzionali e progetti internazionali della Fondazione Umberto Veronesi) a trascorrere tre mesi in Italia per perfezionare la propria preparazione e provare a dare scacco matto al tumore al seno. Con lei, tre colleghe afghane: Saida Said, Farzana Rasouli e Fareshta Fitzli. Da metà gennaio le specialiste - impegnate nell'ambulatorio che la Fondazione Umberto Veronesi ha aperto a Herat nel 2013 e che soltanto nel 2017 ha visto transitare più di mille donne - stanno sostenendo un periodo di «training» all’ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia. 

TRE MESI A PERUGIA

Obiettivo della loro missione, resa possibile grazie al contributo di Paolo Giovenali, che nella struttura umbra dirige la struttura di citologia e istologia diagnostica ed è presidente dell’Associazione Patologi Oltre Frontiera (Apof), è quello di perfezionarsi nello screening mammografico (Said e Rasouli sono seguite dalle radiologhe Rita Merzano e Annalisa Ciucci) e nell’esame citologico (Fitzli e Karimi, sotto l’egida di Giovenali). In questo modo, una volta rientrate in patria, potranno contribuire ad anticipare le diagnosi di tumore al seno e far crescere i tassi di sopravvivenza per la malattia. «Stiamo vivendo un'esperienza importantissima - ha dichiarato Fatema Karimi, 29 anni, una laurea in medicina e una specializzazione in ginecologia conseguite all'università di Herat, nel corso di una breve visita negli uffici della Fondazione -. Ho trovato gli ospedali italiani così come me li aspettavo: più attrezzati rispetto ai nostri. Ma fondamentale si sta rivelando pure il contributo dei colleghi che ci stanno ospitando. Ogni giornata trascorsa in ospedale a Perugia sta contribuendo ad ampliare il nostro bagaglio di conoscenze». In Afghanistan, in realtà, il principale ostacolo alla diagnosi precoce non è rappresentato soltanto dalla qualità dell'assistenza. «Da tre anni esiste un programma di screening con ecografia e mammografia, le donne però sono ancora poco informate. Dovremo lavorare anche per educarle alla prevenzione».


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Le giornate di Fatema, come quelle delle sue colleghe, sono regolari. Si entra in ospedale pochi minuti prima delle 8 e non si esce quasi mai se non sono ancora scoccate le 18. «Fatema sta seguendo un corso pratico di citologia mammaria, dopo il quale avrà modo di effettuare diagnosi più fini - spiega Giovenali, che sta seguendo le quattro specialiste nel corso di questa parentesi professionale in Italia -. L'obiettivo è portare lei, come Fareshta Fitzli, a riconoscere i diversi pattern di tumore al seno di fronte ai quali è possibile trovarsi: benigno, sospetto o maligno. Troppo alto è infatti ancora il numero dei casi sospetti che si registrano in Afghanistan: almeno 1 su 4, che necessita dunque di un accertamento su cellule e tessuti, finora a Herat possibile soltanto a pagamento. Dopodiché noi saremo comunque a disoposizione, anche una volta conclusa questa esperienza, per fornire una seconda opinione che le aiuti a formulare una diagnosi quanto più corretta possibile». Chi osserva quotidianamente Fatema al lavoro, la descrive come «una ragazza preparata e determinata, che trascorre quasi tutto il tempo con un occhio nel microscopio». Oltre a seguire la routine del laboratorio, la giovane ginecologa afghana sta rivedendo anche «una serie di vecchi vetrini che abbiamo preparato per far esercitare lei e Fareshta».

TUMORE AL SENO E PREVENZIONE:
QUALI ESAMI FARE?

LA COLLABORAZIONE PROSEGUIRA'

Una volta completato il percorso di aggiornamento, a metà di aprile, le specialiste torneranno nell’ambulatorio di Herat: messo in piedi dalla Fondazione Umberto Veronesi, con la collaborazione della Rezai Foundation e il supporto della Cooperazione italiana in Afghanistan. Per i casi sospetti, come precisato da Giovenali, rimarrà sempre valida la consulenza dell’Apof, che sarà resa possibile da un altro sforzo da parte della Fondazione Umberto Veronesi: consistente nell’acquisto di un microscopio dotato di telecamera, che permetterà di eseguire il controllo qualità della lettura dei vetrini a distanza. La disponibilità della Usl 1 di Perugia non si esaurirà qui, ma consisterà anche in una seconda lettura delle immagini sospette delle ecografie e delle mammografie. «Siamo grati all’ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia e ad Apof per avere scelto di formare e seguire le nostre dottoresse e permettere loro di specializzarsi ulteriormente - afferma Paolo Veronesi, presidente della Fondazione Umberto Veronesi -. Perfezionando lo screening mammografico e acquisendo eccellenti competenze nell’ambito della citologia, le specialiste potranno dare un contributo fondamentale per ridurre l’impatto del tumore al seno in un Paese in cui fino a poco tempo fa i servizi di prevenzione e di cura gratuiti rivolti alla popolazione femminile erano del tutto assenti».

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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