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Oncologia

Dall'immunoterapia speranze per il tumore al seno triplo negativo

pubblicato il 27-02-2020

L'immunoterapia, abbinata alla chemioterapia in fase preoperatoria, migliora la sopravvivenza delle donne colpite da un tumore al seno triplo negativo in fase precoce

Dall'immunoterapia speranze per il tumore al seno triplo negativo

Rimane il tumore al seno più difficile da curare. Ma - quanto meno - oggi l'orizzonte è più definito rispetto al passato. L'immunoterapia si conferma un'arma promettente per la cura del cancro della mammella triplo negativo, il più difficile da trattare e particolarmente diffuso nelle donne più giovani. Dopo i primi risultati risalenti a due anni fa, giungono nuove evidenze a sostegno dell'approccio che prevede la possibilità di «armare» il sistema immunitario contro le cellule tumorali. Migliorando la risposta alle cure e riducendo le probabilità di comparsa di una recidiva, l'immunoterapia, che è valsa l'assegnazione del Nobel per la Medicina 2018 a James P. Allison e a Tasuku Honjo, potrebbe rappresentare la chiave di volta per aumentare i tassi di sopravvivenza di chi affronta il più aggressivo tumore della mammella.

COS'E' E COME FUNZIONA L'IMMUNOTERAPIA?

TUMORE AL SENO: MIGLIORE LA RISPOSTA ALL'IMMUNOTERAPIA

La speranza arriva da uno studio di fase 3 pubblicato sul New England Journal of Medicine, a cui hanno preso quasi 1.200 donne di 21 Paesi colpite da un tumore al seno triplo negativo (secondo o terzo stadio). Prima di essere operate, le pazienti sono state sottoposte per sei mesi a una terapia neoadiuvante, con l'obbiettivo di ridurre la massa da asportare chirurgicamente ed evitare la diffusione (vista l'elevata aggressività della malattia) delle cellule neoplastiche verso altri organi. Non tutte, però, hanno ricevuto lo stesso trattamento. A un gruppo (390 donne) è stata somministrata la chemioterapia standard in aggiunta a un placebo, mentre all'altro un «cocktail» a base degli stessi chemioterapici e di un immunoterapico, (Pembrolizumab). A seguire l'intervento, la radioterapia e la (ulteriore) somministrazione del Pembrolizumab (per 27 settimane) o di un placebo. Il confronto tra i gruppi è stato compiuto analizzando il tessuto asportato in sala operatoria e lo stato di salute delle pazienti 15 mesi oltre la fine del percorso di cure. In entrambi i casi, i risultati raggiunti dalle donne trattate con l'immunoterapia sono stati migliori: per sopravvivenza complessivacomparsa di recidive e comparsa di metastasi.


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UNA POSSIBILITA' CHE FA CRESCERE LA SOPRAVVIVENZA

L'aggiunta dell'immunoterapico ha dato risultati migliori rispetto alla chemioterapia. Quasi il 65 per cento delle donne non presentava infatti alcun «residuo» di malattia all'esame istologico, rispetto a una quota del 51 per cento rilevabile tra le pazienti trattate con la chemioterapia. Una differenza sostanziale, visto che una risposta incompleta alla terapia neoadiuvante è collegata a un rischio più alto di recidiva. «La combinazione di Pembrolizumab con la chemioterapia rappresenta la prima terapia a bersaglio molecolare per tutte le donne che ricevono la diagnosi di un tumore al seno triplo negativo in fase precoce», dichiara Peter Schmid, responsabile della breast unit del Barts Cancer Centre di Londra e prima firma della pubblicazione. Concorda Giuseppe Curigliano, direttore della divisione sviluppo di nuovi farmaci per terapie innovative all'Istituto Europeo di Oncologia di Milano. «Se finora la chemio è stata l’unica terapia utilizzabile in questi casi, adesso sappiamo che la sinergia con un immunoterapico migliora la risposta al tumore al seno triplo negativo. L’assenza della malattia dalla mammella e dai linfonodi è correlata a una maggiore sopravvivenza».


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NUOVE SPERANZE PER IL TUMORE AL SENO TRIPLO NEGATIVO

Finora il tumore al seno triplo negativo - pari al 15 per cento del totale delle diagnosi di cancro della mammella: 53.500 in Italia, nel 2019 - è stato difficile da curare poiché non presenta alcuno dei recettori (estrogeni, progesterone, HER-2) usati come bersaglio nelle terapie disponibili per curare la più diffusa neoplasia femminile. In buona parte dei casi, soprattutto quando la diagnosi avviene in giovane età, le donne presentano anche la mutazione dei geni Brca. Un ulteriore elemento di aggressività che, se presente, complica la strada verso la guarigione. La speranza è che la risposta possa giungere dall'attivazione del sistema immunitario. In questo caso, come visto nel tumore del polmone, Pembrolizumab ha «frenato» la progressione della malattia indipendentemente dall'espressione del recettore PDL-1: utilizzato come marcatore per decidere se ricorrere o meno all'immunoterapia. «Questo vuol dire che la platea di donne in grado di beneficiare del trattamento è molto più ampia», è il pensiero di Michelino De Laurentiis, direttore del dipartimento di oncologia senologica e toracopolmonare dell'Istituto Nazionale dei Tumori Fondazione Pascale di Napoli.

ULTERIORI RICERCHE

I dati dovranno essere confermati da un'osservazione più duratura delle pazienti. Considerato il breve lasso di tempo e i numeri di questo sottotipo di cancro della mammella, che in Italia colpisce ogni anno all'incirca ottomila donne, la differenza rispetto all'utilizzo della sola chemioterapia appare già sostanziale. «I risultati sono molto promettenti, per questo ci auguriamo che la combinazione sia presto disponibile in Europa e nel nostro Paese - aggiunge De Laurentiis -. Al momento questo è possibile soltanto entrando a far parte degli studi clinici». Secondo gli autori della ricerca, nella migliore delle ipotesi, «con Pembrolizumab il numero delle recidive potrebbe calare di un terzo». Un piccolo passo che equivale a un'iniezione di speranza per le donne che stanno curando un tumore al seno triplo negativo.

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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