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Oncologia

Tumore del polmone: l'immunoterapia diventa la prima scelta

pubblicato il 08-06-2018

La sola immunoterapia nel tumore del polmone funziona meglio della chemioterapia ma per alcuni pazienti la somma delle due è ancor più vantaggiosa. I risultati presentati ad ASCO

Tumore del polmone: l'immunoterapia diventa la prima scelta

DA CHICAGO - Nel tumore del polmone è l'immunoterapia la prima scelta per affrontare la malattia in fase metastatica. E' quanto emerge dal congresso dell'American Society of Clinical Oncology (ASCO), il più importante convegno mondiale dedicato alla lotta ai tumori. I dati cominciano a farsi consistenti: indipendentemente dall'espressione di PD-L1, un marcatore utilizzato per scegliere quando somministrare una determinata terapia, l'immunoterapia con pembrolizumab funziona meglio della sola chemioterapia. Un risultato importante a cui si aggiungono quelli ottimi relativi alla terapia target con alectinib nei tumori ALK mutati, tra i più complicati da trattare e che coinvolgono spesso i giovani non fumatori.

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AUMENTA IL NUMERO DI DONNE CON TUMORE AL POLMONE

Secondo gli ultimi dati AIRTUM nel 2017 in Italia si sono registrati circa 41.800 nuove diagnosi di tumore del polmone. Essi rappresentano l’11% circa di tutti i nuovi casi di cancro nella popolazione generale. Mentre si registra una marcata diminuzione di incidenza negli uomini -in relazione a una altrettanto marcata riduzione dell’abitudine al fumo- pari a -1,7%/anno negli anni più recenti, nelle donne si registra un +3,1%/anno dal 2003 al 2017. Allo stato attuale, accanto alle cure standard rappresentate dall'utilizzo di pemetrexed e cisplatino (la classica chemioterapia) sono molte le terapie in fase di sperimentazione.

L'IMMUNOTERAPIA COME PRIMA SCELTA

Una delle molecole che più sta rivoluzionando il trattamento del tumore al polmone non a piccole cellule (NSCLC), -circa l'85% di tutti i tumori al polmone- è l'immunoterapico pembrolizuamb. Dagli studi presentati ad ASCO emerge chiaramente che indipendentemente dall'espressione di PD-L1 (ad oggi in Italia pembrolizumab è fornito solo a chi ha questo valore uguale o superiore al 50%) l'utilizzo di questa molecola migliora significativamente la sopravvivenza globale rispetto alla chemioterapia. «Lo studio KEYNOTE-042 - spiega Filippo De Marinis, direttore della divisione di oncologia toracica dell'Istituto Europeo di Oncologia di Milano - dimostra che anche i pazienti con bassa espressione del PD-L1 possono avere un guadagno di sopravvivenza del 20% con pembrolizumab rispetto alla chemioterapia. Nel nostro Paese purtroppo il test si fa ancora molto poco e anche dove viene effettuato, spesso i risultati non sono del tutto confrontabili con quelli ottenuti presso altri laboratori. Una realtà che crea un bias importante e che preclude questa terapia a tanti pazienti che potrebbero trarne beneficio». Ma le novità non finiscono qui perché altri dati confermano che in alcune categorie di pazienti l'immunoterapia, in associazione alla chemioterapia classica, porta a maggiori benefici rispetto alla sola chemio. 

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SPERANZE ANCHE PER I TUMORI ALK POSITIVI

Un altro importante dato che emerge dall'ASCO di quest'anno è relativo ai tumori del polmone ALK positivi (circa il 5% dei tumori NSCLC, colpisce prevalentemente i non fumatori). Sino a qualche anno fa le terapie per questo tipo di neoplasia polmonare erano pressoché inesistenti. Una situazione sconfortante se si pensa che il NSCLC positivo alla mutazione ALK ha tra le altre caratteristiche quella di formare molto spesso metastasi cerebrali rendendo di fatto ancor peggiore la qualità di vita di chi ne è colpito.  Una situazione di stallo prima sbloccata dall'arrivo di crizotinib e ora da alectinib, una molecola anch’essa studiata per colpire in maniera specifica le cellule tumorali positive alla mutazione ALK ma in grado di arrivare anche nelle metastasi cerebrali (cosa che crizotinib non fa). 

«Con crizotinib - spiega Marina Garassino, responsabile della struttura semplice di oncologia medica toraco-polmonare dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano - non riuscivamo ad affrontare il problema delle metastasi cerebrali, per il quale l’unica arma a disposizione era la radioterapia. Diverso il discorso con alectinib. Il nuovo farmaco attraversa la barriera emato-encefalica e ha una buona penetrazione nel cervello dove riesce ad aggredire efficacemente le metastasi, fino a farle scomparire». I risultati parziali dello studio ALEX dimostrano che l’impiego di alectinib come trattamento di prima linea riduce in maniera significativa il rischio di progressione di malattia o di mortalità del 57% rispetto allo standard di terapia, ovvero con crizotinib. Non solo, ad oggi la sopravvivenza libera da progressione con alectinib risulta triplicata rispetto a quelli trattati con crizotinib (34,8 mesi contro 10,9 mesi). Un risultato impensabile sino a poco fa.

Daniele Banfi
Daniele Banfi

Giornalista professionista è redattore del sito della Fondazione Umberto Veronesi dal 2011. Laureato in Biologia presso l'Università Bicocca di Milano - con specializzazione in Genetica conseguita presso l'Università Diderot di Parigi - ha un master in Comunicazione della Scienza. Collabora con diverse testate nazionali.


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