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Oncologia

L’azienda che aiuta il malato produce di più

pubblicato il 06-12-2011
aggiornato il 15-06-2017

Quando una persona torna al lavoro dopo una grave malattia ha bisogno di comprensione per il peso delle mansioni, gli orari o il reinserimento psicologico. Le imprese che si mostrano accoglienti migliorano la propria immagine tra i dipendenti che alla fine risultano più produttivi. E ai costi iniziali subentrano maggiori profitti

L’azienda che aiuta il malato produce di più

Quando una persona torna al lavoro dopo una grave malattia ha bisogno di comprensione per il peso delle mansioni, gli orari o il reinserimento psicologico. Le imprese che si mostrano accoglienti migliorano la propria immagine tra i dipendenti che alla fine risultano più produttivi. E ai costi iniziali subentrano maggiori profitti

Non viviamo solo più a lungo in generale, ma sopravviviamo sempre di più - o meglio - a malattie gravi che prima non davano scampo o causavano pesanti invalidità. E’ un fatto noto: sempre più persone, curandosi, riescono a convivere per anni e anni  con il cancro, fino a non tanto tempo fa percepito come sinonimo di morte, malati di cuore condannati (o di reni o di fegato…) rivivono con un trapianto. Esperienze così forti con la malattia grave e, spesso, con terapie debilitanti possono restituire alla vita di ogni giorno persone con qualche deficit di efficienza rispetto allo stato di salute precedente o comunque psicologicamente provati. Che fare per il loro re-ingresso al lavoro? Come “gestirlo” caso per caso? Chi ci pensa?

UN WELFARE ARRETRATO - L’economista Stefano Zamagni, parlandone di recente in un convegno presso l’Assolombarda di Milano dedicato al tema, è partito da questa secca affermazione: «Lo stato no, perché il nostro welfare poggia sull’idea della malattia come un accidente temporaneo. Comincia a un certo punto poi finisce. O con la morte o con la guarigione che ti rimette sano, bello e forte come prima, quindi non c’è problema».
Nella realtà c’è questo numero crescente di persone che si è convenuto di chiamare “malati critici” e alla domanda sul chi se ne debba occupare, il docente di Economia politica all’Università di Bologna, dà una risposta perentoria: «L’impresa».
Stupisce che sia un economista a dirlo. Ma i costi non crescono? Viene da chiedersi: venire incontro con opportune “prassi relazionali aziendali” (questo il tema del convegno promosso dalla Fondazione Giancarlo Quarta) a chi ha bisogno di farsi alleggerire le mansioni o di un part-time - e di sostegno psicologico non comporta un aggravio di spese?

LA VIRTU’ CONTAGIOSA - «Sì, sì, lo deve fare l’impresa, ma appunto per il proprio tornaconto economico. Per guadagnare di più», aggiunge Zamagni. E ha raccontato a una platea stupita che cosa si sia constatato, conti precisi alla mano, nelle imprese che hanno usato “buon cuore” con i loro dipendenti malati critici.
All’inizio i costi aumentano per l’azienda, è vero, ma ad allargare l’orizzonte sul medio e lungo termine a crescere sono i guadagni. Come? Con un verificato aumento della produttività generale. Che il docente bolognese ha così spiegato: «Con il suo comportamento l’impresa manda un duplice messaggio: di rispetto per l’equità e per la vulnerabilità. Ora, poiché tutti siamo vulnerabili e quel che è successo al mio collega domani può capitare a me, io dipendente darò più valore al mio management e a quanto sono chiamato a  svolgere in azienda. E’ provato: in quella ditta aumenta la produttività complessiva».

PIONIERE CERCASI - Altro esito benefico della “responsabilità sociale d’impresa” rivolta anche ai malati critici è il fenomeno dell’emulazione che innesca. «Si crede comunemente che il vizio sia più contagioso della virtù, e invece già Aristotele sosteneva il contrario», si è divertito  a citare il professor Zamagni. «Se un’impresa adotta un certo modello e ha successo, subito tante altre imprese la imiteranno. Quel che occorre è un “pioniere” che rompa il vecchio schema. E la sua “virtù” sarà contagiosa». In questo modo, con queste prassi di “presa in carico”, ha concluso l’economista, l’azienda torna ad essere luogo di vita, capace di restituire la gioia di lavorare.

 

Serena Zoli
Serena Zoli

Giornalista professionista, per 30 anni al Corriere della Sera, autrice del libro “E liberaci dal male oscuro - Che cos’è la depressione e come se ne esce”.


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