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Oncologia

Screening oncologici: come ripartire dopo il coronavirus

pubblicato il 07-05-2020

Il Covid-19 ha interrotto gli screening oncologici, prossimi adesso a essere riavviati in Toscana ed Emilia Romagna. Ma i due mesi di stop rischiano di pesare sulla diagnosi precoce dei tumori

Screening oncologici: come ripartire dopo il coronavirus

«La ripresa delle attività? Dovrà avvenire prima possibile». Marco Zappa è il presidente dell’Osservatorio Nazionale Screening, il «Grande Fratello» che vigila sull’attività di diagnosi precoce oncologica condotta lungo la Penisola. Gli esami necessari - la mammografia per il tumore al seno, la ricerca del sangue occulto nelle feci per il tumore del colon retto e l’Hpv-test per il tumore della cervice uterina - sono stati rimandati nel momento in cui l’Italia si è scoperta epicentro europeo della pandemia di Covid-19. Per due mesi, mentre Sars-CoV-2 circolava in tutte le Regioni, le indagini sono state sospese, in quanto non considerate procedure d’urgenza (sebbene inserite nei Livelli Essenziali di Assistenza). Ma adesso che negli ospedali e negli ambulatori ci si avvia a far ripartire anche tutte le altre prestazioni, occorre far ripartire anche gli screening oncologici. «Altrimenti nei prossimi anni, a causa del ritardo diagnostico, rischiamo di registrare un aumento delle morti per cancro», rimarca l'esperto, a capo della struttura di epidemiologia clinica dell’Istituto per lo Studio, la Prevenzione e la Rete Oncologica (Ispro) di Firenze.

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LO STOP AGLI SCREENING

Dopo che i primi segnali erano giunti già a fine febbraio dalle Regioni del Nord Italia, le più colpite dalla pandemia, la possibilità per i cittadini italiani di sottoporsi ai tre programmi di screening previsti dal Servizio Sanitario Nazionale è stata «congelata» ovunque a partire dall’11 marzo. Più che l’estensione del lockdown all’intero territorio nazionale, è stata la situazione di emergenza vissuta negli ospedali a suggerire lo stop delle attività. Per due ragioni: la difficoltà nel contenere il rischio di contagio e il riposizionamento di molti operatori sanitari nei reparti destinati all’assistenza ai malati di Covid-19. Da qui la decisione di sospendere le attività di primo livello, consistenti nell’invio delle lettere di invito e negli esami di base: ovvero la mammografia, la ricerca del sangue occulto nelle feci e l'Hpv-test (o il Pap test). In questi due mesi, invece, sono proseguiti gli esami di approfondimento, necessari dopo uno screening (effettuato prima dell’arrivo del coronavirus) dall’esito sospetto. «Queste indagini sono state considerate non differibili - aggiunge Zappa -. Seppur con qualche difficoltà, si è cercato di garantire a tutti il completamento dell’iter diagnostico, per iniziare quanto prima le cure».

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COME RIPARTIRE?

Alla luce del lento ritorno alla normalità, in tutta Italia si sta affrontando il tema della riapertura degli screening. Dal confronto tra i responsabili regionali, necessario per capire quando e come ripartire, sono nate le indicazioni che l’Osservatorio chiede di applicare in maniera uniforme. L’obbiettivo è ripristinare ovunque i servizi entro l'estate, rispettando condizioni chiare: dalla sicurezza degli operatori sanitari all’adozione di misure di prevenzione rivolte agli utenti, dalla riorganizzazione delle attività in più strutture sul territorio (in modo da evitare assembramenti) a una rimodulazione che consideri delle priorità da stabilire in base ai livelli di rischio individuale. I primi a essere richiamati, precisa Zappa, «saranno coloro che, dopo aver ricevuto l’invito, avevano già un appuntamento, poi annullato a causa del Covid-19». Fondamentali saranno inoltre altri due punti: una massiccia campagna di comunicazione per informare la cittadinanza della ripresa dei servizi e un monitoraggio bimensile dell’andamento delle attività. 


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VERSO UN LENTO RITORNO ALLA NORMALITA'

Sarà una ripartenza in sordina, comunque, per due ragioni. La prima è che ci sono altrettanti mesi di «arretrati» da smaltire. Motivo per cui, chi era in attesa di una chiamata, dovrà con ogni probabilità rassegnarsi all’idea di dover aspettare l’estate inoltrata: se non proprio l’inizio dell’autunno. O, in alternativa, prenotare privatamente l’esame in questione. La seconda è che, per diverso tempo, non si potrà organizzare l’attività in «overbooking». Sapendo che esiste un fisiologico divario tra le prenotazioni e il numero di esami che vengono effettuati, prima del coronavirus era diffusa la prassi (soprattutto per i due screening femminili) di fissare un numero maggiore di appuntamenti, in modo da massimizzare l’attività di ogni giornata. Cosa che non potrà essere fatta d’ora in avanti, dovendo avere come priorità quella di garantire percorsi sicuri. Il rischio che il numero di esami giornalieri sia inferiore rispetto al passato è dunque concreto. Per fronteggiarlo, «si valuta la possibilità di portare avanti gli screening 7 giorni su 7, compreso l’intero mese di agosto: di norma caratterizzato da una riduzione dell'attività - dichiara Zappa -. O di spalmarla su più centri, per soddisfare la più alta richiesta». Quanto allo screening per il tumore del collo dell'utero, un'altra possibilità è data dal completamento del passaggio all'Hpv test, che può essere effettuato con un autoprelievo (cosa che già si fa in Umbria). Tutte ipotesi al vaglio, che non potranno prescindere però da un maggior investimento da parte delle Regioni: in risorse umane e strumentazione diagnostica. Altrimenti, ci vorrà tempo per tornare alla normalità.

A REGIME NON PRIMA DI 18 MESI

L'Osservatorio Nazionale Screening ha chiesto a tutti i referenti locali di approntare un piano di rientro per l’attività di diagnosi precoce dei tre tumori. L'unica stima, al momento, è giunta dalla Provincia Autonoma di Trento: «Contiamo di rimetterci al passo entro la fine del 2021». Tutto ciò immaginando che, lungo la Penisola, non ci sia una ripresa della pandemia. Nel frattempo, le prime Regioni a riprendere l'attività di screening saranno l'Emilia Romagna e la Toscana, pronte a ripartire tra il 15 e il 21 maggio. Molta cautela si registra invece nel resto d'Italia, dove con ogni probabilità si osserverà l'andamento della curva epidemiologica per tutto il mese. Dopodiché, si porranno le basi per il ripristino dei servizi a partire da metà giugno, con l'auspicio che di registrare tutte le adesioni entro settembre. Ma le preoccupazioni sono diverse e rimandano alla forza che i servizi sanitari avranno nel riportare gli screening ai livelli precedenti al coronavirus. «Relativamente a quello mammografico, non mi pare scontato che i programmi sopravviveranno ovunque alla mortifera ondata della pandemia», è il pensiero di Gianni Saguatti, direttore dell'unità operativa di senologia dell'Ospedale Maggiore di Bologna. «Sul piano organizzativo, bisognerà fare uno sforzo immane per provare a recuperare l'attività di questi mesi», fa eco Carlo Naldoni, già responsabile dei programmi di screening di popolazione dell'Emilia Romagna.


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MAGGIORI PREOCCUPAZIONI PER LE REGIONI MERIDIONALI

Per ragioni diverse, le preoccupazioni di una ripartenza a singhiozzo riguardano tutta l'Italia. In primis, spiega Zappa, «la paura del contagio, come denunciato anche da altri colleghi, potrebbe portare la gente a non presentarsi negli ambulatori e negli ospedali per sottoporsi agli screening oncologici». Per limitare l'impatto di questo problema, l'Osservatorio ha già dato indicazioni alle Regioni per rassicurare l'utenza sulla sicurezza degli ambienti sanitari già nelle lettere d'invito. Per il resto, i timori variano scendendo lungo la Penisola. Al Nord, dove il sistema è rodato ormai da più di dieci anni, a impensierire sono i segni che il Covid-19 rischia di lasciare sull'assistenza sanitaria territoriale. «Troveremo le energie per riaccendere un motore spento ormai da due mesi?», si chiede Saguatti, a capo del Gruppo Italiano Screening Mammografico (Gisma). Ma i maggiori dubbi attanagliano le aree del Mezzogiorno, dove il numero degli inviti e quello delle risposte sono atavicamente inferiori. «Corriamo il rischio di disperdere tutti i sacrifici fatti finora per migliorare il servizio e far crescere le adesioni - lancia l'allarme Mario Valenza, responsabile del Centro gestionale screening dell'azienda sanitaria provinciale di Palermo -. È bene ricordare che gli screening sono utili tanto quanto lo sarebbe stato un buon piano pandemico per far fronte al Covid-19».

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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