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Oncologia

Come operarsi di cancro (in sicurezza) ai tempi del Coronavirus

pubblicato il 16-04-2020

L'attività di chirurgia oncologica sta subendo un rallentamento a causa dell'emergenza Coronavirus. L'idea: riorganizzare i centri per non rimandare troppo interventi salva-vita

Come operarsi di cancro (in sicurezza) ai tempi del Coronavirus

Stime ufficiali non ce ne sono. Ma considerando il protrarsi dell’emergenza Coronavirus e partendo dall'assunto che ogni anno in Italia quasi 300mila pazienti vengono operati per asportare un tumore, si può avere un'idea di quanto ampia sia la platea dei malati di cancro che deve affrontare un intervento nel mezzo della pandemia in atto. Molti di loro, in questa situazione, si stanno chiedendo quale sia la scelta più saggia da adottare. Ovvero: vedere crescere il rischio di contagio in ospedale ma rispettare la data dell’intervento o rimandarlo, con il rischio che questa scelta abbia un impatto sulle possibilità di guarigione? Un bel rovello, per i pazienti come per gli specialisti. «Il momento è difficile, ancor di più per i malati di cancro, chiamati ad affrontare una doppia sfida - ammette Alessandro Gronchi, presidente della Società Italiana di Chirurgia Oncologica (Sico) -. Non possiamo però permetterci di trascurarli, visto che non sappiamo peraltro quando torneremo alla normalità. Stiamo lavorando ogni giorno  per garantire soluzioni sicure ed efficaci a ognuno di loro».


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COM'E' CAMBIATA L'ASSISTENZA AI MALATI DI CANCRO

La pandemia in atto ha comportato la riorganizzazione di tutte le unità operative, anche di quelle non direttamente coinvolte dalla gestione dei pazienti affetti da Covid-19. La scelta si è resa necessaria per destinare il maggior numero di posti di terapia intensiva all'emergenza e alla luce della contagiosità di Sars-Cov-2, che ha portato molte strutture a diventare dei focolai infettivi. Per questo, nell'ultimo mese, in tutti gli ospedali italiani l’attività programmata è stata sospesa e rimandata. Una scelta che non è però sempre possibile adottare nei confronti dei pazienti oncologici in attesa di un intervento. Nel loro caso, di fronte a uno scenario che rischia di protrarsi a lungo, decidere come comportarsi non è semplice. È meglio asportare subito un tumore o è più opportuno prendersi qualche settimana di tempo, nella speranza che l'emergenza si attenui? «Una risposta buona per tutti non c’è, perché alcune neoplasie richiedono una rimozione urgente», aggiunge Gronchi. 

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In prima battuta, l'emergenza ha riguardato il Nord del Paese: in quanto area più colpita dal Coronavirus e poiché i grandi ospedali di Emilia Romagna, Veneto, Lombardia e Piemonte richiamano migliaia di pazienti anche dal resto della Penisola. Ma nell'arco di un paio di settimane, lo stesso problema se lo sono posti tutti i chirurghi italiani: da Udine a Palermo. Venendone fuori, in assenza di linee guida specifiche, di necessità virtù. Così, su base regionale, lungo quasi tutta la Penisola si è deciso di concentrare le procedure di chirurgia oncologica negli ospedali non coinvolti dalla gestione dei pazienti affetti da Covid-19. Scelta opportuna, considerando peraltro che dopo alcuni interventi (la rimozione dei tumori cerebrali, del polmone, del pancreas, del fegato, delle vie biliari, del peritoneo e dei sarcomi addominali) è spesso necessario ricoverare il paziente in terapia intensiva. Ma che comunque non azzera il rischio infettivo per i malati di cancro e che sta richiedendo gli straordinari agli specialisti, a causa dell'accorpamento delle liste di attesa di diverse strutture. Ragioni per cui, nella pratica, la prima domanda a cui si sta cercando di dare risposta è la seguente: è maggiore l'insidia derivante dall'evoluzione del tumore o dal possibile contagio da Sars-Cov-2? Un dilemma che viene affontato considerando diversi aspetti: le caratteristiche e la sede della malattia, le condizioni generali del paziente e la tipologia di trattamenti per lui indicati. Non di rado, per esempio, si sta decidendo di rimandare l'intervento e di prolungare le terapie nedoadiuvanti. Come, per esempio, la radioterapia nei pazienti con un tumore della prostata

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QUALI INTERVENTI SI POSSONO RIMANDARE (E QUALI NO)?

Un dilemma non da poco, per i medici italiani. Al cospetto di un prevalente rischio oncologico, i camici bianchi stanno garantendo le procedure chirurgiche, seppur spesso in condizioni poco agevoli e con il rischio di contrarre l'infezione (ci sono molti chirurghi, tra gli oltre seimila medici contagiati). Questo, secondo Gronchi, sussiste a fronte di «tumori esofagei, del pancreas, di neoplasie primitive del fegato e dell'osso». Lista a cui occorre aggiungere i tumori del polmone diagnosticati in fase più avanzata, quelli del colon che determinano una o più subocclusioni intestinali, la maggior parte delle neoplasie operabili dell'ovaio e della vescica e la quasi totalità dei tumori cerebrali. Al momento, in tutti gli altri casi, si sta optando invece per il rinvio dell'intervento. «Sappiamo che le malattie oncologiche evolutive richiedono un trattamento tempestivo, mentre non esiste una lista di tumori che possono essere sempre curati in seguito - afferma Rossana Berardi, direttore della clinica oncologica degli ospedali Riuniti di Ancona -. Quello che possiamo dire, al momento, è che di fronte a un paziente con una malattia stabile o che necessita di un trattamento palliativo di dubbia efficacia, è opportuno rimandare le cure». In linea generale, soprattutto nelle zone della Penisola più colpite dalla pandemia, si stanno procrastinando gli interventi per la rimozione di alcuni tumori della pelle, del polmone (se diagnosticati con lo screening), del seno (se non troppo aggressivi) e dell'apparato urogenitale (testicolo e prostata). Detto ciò, è possibile che alcuni di questi pazienti richiedano comunque trattamenti chirurgici anche in tempi brevi. Il consiglio, pertanto, è quello di affrontare la scelta con il proprio medico di famiglia e con il centro a cui si ha intenzione di rivolgersi. Dovranno essere sempre gli specialisti a indicare la strada più opportuna, a maggior ragione in questo momento di difficoltà per l'intero servizio sanitario.  

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Al di là dell'urgenza o meno di una procedura chirurgica, l'emergenza sta ponendo anche un'altra sfida. Come comportarsi con i pazienti che desiderano sottoporsi a un intervento in un ospedale di una regione diversa da quella in cui risiedono? Un tema di non poco conto, per due ragioni. In primis perché lo scorso anno sono stati almeno 800mila i connazionali affetti da un tumore che hanno deciso - o sono stati costretti - a curarsi a centinaia di chilometri da casa. E poi perché - al di là delle misure decise dal Governo, che non impediscono gli spostamenti per ragioni sanitarie - vanno considerate le dinamiche di questo flusso di persone. Quasi tutte si muovono infatti dal Sud al Nord dello Stivale, lungo quello che è il gradiente crescente dell'infezione da Coronavirus. Ragion per cui, da ormai più di un mese, i viaggi per curarsi sono sconsigliati (non soltanto a chi sarebbe pronto a spostarsi per un'operazione). «A fronte di interventi non rinviabili, stiamo indirizzando i pazienti verso strutture più vicine o che comunque insistono in aree meno colpite dall'infezione», chiarisce Gronchi, che dirige la struttura di chirurgia dei sarcomi dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Anche in questo caso, la valutazione è ad personam, vista la necessità di considerare l'impossibilità che una fetta consistente della popolazione italiana ha nell'accedere ad alcuni trattamenti di chirurgia oncologica nel raggio di poche decine di chilometri dal proprio domicilio.


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REPARTI A MISURA DI MALATI ONCOLOGICI

Quanto finora raccontato ha determinato un calo delle procedure di chirurgia oncologica lungo l'intera Penisola. Per quantificarlo, occorrerà attendere diversi mesi. Ma qualche informazione inizia a emergere. Quanto al tumore del colon-retto, il secondo più frequente nel nostro Paese (49mila nuove diagnosi nel 2019), un'indagine condotta in 43 ospedali ha svelato «un calo significativo degli interventi tra gennaio e marzo»: con appena un quinto di questi già riprogrammato. Situazioni analoghe vengono descritte da specialisti di diverse branche - urologi, chirurghi toracici, generali, senologi, ginecologi - al lavoro in molte strutture italiane. Più che gli Istituti dei Tumori, a essere in crisi sono gli ospedali «generalisti», nei quali l'attività di urgenza viaggia a braccetto con l'assistenza ai malati di cancro. «Occorre ripensare l'offerta chirurgica in ambito oncologico», è il pensiero che nove specialisti (tra cui il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri) hanno espresso in un documento pubblicato sulla rivista scientifica Colorectal Disease. Il loro timore è che, con il perdurare di  questa situazione, l'organizzazione degli ospedali rimanga «sbilanciata» per molti mesi in favore dell'assistenza ai malati di Covid-19. Un quadro che determinerebbe un rischio inaccettabile per i pazienti oncologici, considerando che in molti casi il rinvio di un intervento chirurgico ha un impatto sui tassi di sopravvivenza. Da qui la richiesta rivolta a tutte le strutture: servono percorsi «Covid-free» che favoriscano lo screening con tampone e l'accesso ai reparti di chirurgia dei malati di cancro. «Dobbiamo essere pronti a ripartire dopo l'emergenza, senza perdere altro tempo prezioso», chiosa Gronchi.

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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