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Oncologia

Terapie avanzate in oncologia: sogno o realtà?

pubblicato il 11-10-2019

Dei traguardi e degli obbiettivi della medicina di precisione nella lotta al cancro si parlerà nel convegno «The Healthcare to Come». Appuntamento a Milano il 16 ottobre

Terapie avanzate in oncologia: sogno o realtà?

Già oggi, il 50 per cento dei pazienti oncologici viene trattato con farmaci di nuova generazione. Ma a differenza dei passaggi che precedono il ricorso alla chemioterapia, per essere certi che questi trattamenti siano i più indicati c’è un altro step da raggiungere: la diagnosi di precisione. Il miglioramento dello standard diagnostico e l’ampliamento del bagaglio dei nuovi farmaci rappresentano metà del programma che la comunità scientifica intende realizzare nei prossimi dieci anni. L’altra quota parte è rappresentata dalla scoperta dei meccanismi responsabile della resistenza alle cure. «Una volta raggiunti questi step, potremo dire di aver aggiunto un altro tassello importante nella lotta al cancro», afferma Pier Giuseppe Pelicci, direttore della ricerca dell’Istituto Europeo di Oncologia, presentando il convegno sulla medicina personalizzata organizzato per il 16 ottobre a Milano da Fondazione Umberto Veronesi e Fondazione Tronchetti Provera. «In questo avremo molte più probabilità di sopravvivere al cancro. O, quanto meno, di conviverci».


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NUOVE FRONTIERE DELLE CURE ONCOLOGICHE

Fino a una decina di anni fa, i tumori potevano essere affrontati attraverso l'approccio chirurgico, chemioterapico e radioterapico. Tre strategie che, integrate tra loro, hanno consentito di raggiungere ottimi risultati. La svolta però la si è avuta quando la medicina ha spostato l'attenzione sul Dna e sul sistema immunitario. Il primo passo in avanti è stato compiuto dopo aver scoperto che le cellule tumorali esprimono alcuni «bersagli» specifici - differenti per ogni tumore e, in alcuni casi, anche tra quelli a carico di uno stesso organo - sulla propria superficie. Prodromo del secondo, invece, è stato l’aver verificato che le nostre difese possono essere «istruite» per riconoscere ed eliminare le cellule cancerose. Queste due soluzioni hanno ampliato il ventaglio di opportunità terapeutiche contro i tumori. «Al momento queste opzioni vengono utilizzate all’incirca dal cinquanta per cento dei pazienti», aggiunge Pelicci, per circoscrivere quanto significativo sia stato il cambio di rotta negli ultimi vent’anni. Di questi farmaci, la metà sono registrati e approvati: dunque disponibili ovunque. La restante quota è invece in sperimentazione. Per poter farvi ricorso, occorre entrare in un «trial» clinico. A seconda del tumore, oltre che della disponibilità di nuove molecole, l’arruolamento dei pazienti può essere aperto in uno o più centri.

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L'IMPORTANZA DI UNA DIAGNOSI MOLECOLARE

«La quasi totalità dei pazienti, al pari dei familiari, è consapevole che la personalizzazione dei trattamenti offre speranze che in passate non esistevano - prosegue Pelicci, membro del comitato scientifico di Fondazione Umberto Veronesi -. Quando discutiamo con un paziente, oggigiorno, abbiamo quasi sempre di fronte una persona informata e disposta a percorrere la strada di un trial clinico, se disponibile». Prima di compiere una simile scelta, però, è necessario aver «letto» il Dna di una cellula tumorale e identificato le alterazioni che la caratterizzano. Se le nuove molecole approvate sono a disposizione di tutti gli oncologi italiani, meno capillare è la diffusione della diagnostica molecolare. A quanti pazienti venga garantita, per il momento, non lo sa nemmeno il Ministero della Salute. Ma la sensazione è che i «buchi» siano diffusi. Questa disparità può tradursi in una ridotta offerta rivolta ai pazienti in cura nei centri meno attrezzati. Per questo «migliorare l’accesso a una diagnostica sempre più evoluta è il primo passo da compiere per far crescere i tassi di sopravvivenza. Lavoriamo per creare una rete tra le strutture in modo da assicurare a tutti un ventaglio di cure più ampio».


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I PROSSIMI PASSI DA COMPIERE

Superato questo scoglio, occorrerà lavorare su due fronti: l’individuazione di nuovi farmaci per quelle malattie ancora «scoperte» e la comprensione dei meccanismi alla base della resistenza farmacologica. Quello che sappiamo è che molti tumori, in ragione della loro composizione eterogenea, da un certo momento in avanti cominciano a non rispondere più alle cure. «Il cinquanta per cento dei pazienti non risponde ancora ai farmaci di nuova generazione - chiosa Pelicci, il cui intervento seguirà quello di James Patrick Allison, Premio Nobel per la Medicina 2018 -. Per ridurre questo numero, oltre a scoprire le cause della resistenza, possiamo puntare sulla combinazione di più molecole». Quanto detto finora non vuol dire che la chemioterapia finirà presto in soffitta. «In molti casi è risolutiva: pensiamo ad alcune leucemie pediatriche, ai tumori al testicolo, al linfoma di Hodgkin. Per questi pazienti, non abbiamo la necessità di trovare altre soluzioni».

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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