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Oncologia

Tumori delle pelle: per la diagnosi meglio non fidarsi (solo) delle «app»

pubblicato il 17-06-2020

Negli store online sono diverse le applicazioni che promettono di poter identificare i tumori cutanei. Nessuna, però, può sostituire il parere del dermatologo

Tumori delle pelle: per la diagnosi meglio non fidarsi (solo) delle «app»

L'uso della tecnologia in medicina è sempre più diffuso. Guai, però, a pensare che uno smartphone o un tablet possano sostituire il camice bianco. Nemmeno se si tratta di indagare un organo esterno, come la pelle. Alle porte dell'estate, suonano come un monito le conclusioni di un articolo pubblicato sul British Medical Journal da un gruppo di ricercatori britannici. Secondo gli autori, «le applicazioni che usano gli algoritmi non possono essere considerate affidabili per la diagnosi dei tumori della pelle». Prima di andare in spiaggia, soprattutto se si ha un fototipo chiaro, meglio dunque sottoporsi a una visita dermatologica


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ANCHE LA PELLE PUO' AMMALARSI DI CANCRO

Abituati a vederla come un vestito che ci avvolge, quasi non ci pensiamo. Ma la pelle è a tutti gli effetti un organo, il più grande del nostro organismo. E, come accade in tutti gli altri, le cellule che la compongono possono evolvere e acquisire le caratteristiche tumorali. Il processo si verifica a seguito di un'alterazione a carico del Dna, da cui la crescita eccessiva e  incontrollata di cellule anormali (il processo è noto come carcinogenesi). Durante questa fase, che può essere molto lunga, le cellule tumorali si differenziano progressivamente da quelle sane. È dai cheratinociti e dai melanociti - le cellule più numerose nell’epidermide: la parte più esterna della pelle, sottoposta al continuo rinnovamento dei suoi elementi - che hanno origine i principali tumori maligni della pelle: il carcinoma spinocellulare, quello basocellulare e il melanoma. Ogni anno, nel mondo, a sviluppare queste malattie sono tra i 2 e i 3 milioni di persone. Le diagnosi più diffuse riguardano i carcinomi basocellulari (80 per cento), seguiti da quelli spinocellulari (16 per cento) e dal melanoma (4 per cento). Seppur meno frequente, quest'ultimo è il più aggressivo tumore che può colpire la pelle.

SALUTE DELLA PELLE: I CONTROLLI DA FARE 

LE «APP» CHE CONTROLLANO LA SALUTE DELLA PELLE

Anche nel caso dei tumori della pelle, quanto più è precoce la diagnosi, tanto maggiori sono le chance di superare la malattia senza conseguenze. Negli ultimi anni questa consapevolezza, unita alla localizzazione esterna dell'organo e al progresso tecnologico, ha portato allo sviluppo di «app» che, partendo dalla fotografia di una macchia sospetta o di un neo alterato, offrono informazioni sulla salute della propria pelle. E si pongono come un passaggio intermedio tra il paziente e il dermatologo, che andrebbe comunque sempre interpellato dopo un consulto virtuale. Alla base di queste «app» - tra il 2014 e il 2017, ne sono state lanciate sul mercato 235 - ci sono due possibili meccanismi di funzionamento. In alcuni casi, al di là dello schermo, ci sono professionisti in camice bianco in grado di interpretare le immagini condivise ed elaborare le risposte per i pazienti. È questo un esempio di telemedicina, con cui fanno il paio le applicazioni basate sull'intelligenza artificiale. Una volta condivisa l'immagine, in queste è invece un algoritmo a elaborare la risposta. È lo smartphone, sulla base delle informazioni fornite, a classificare un'area della pelle ad alto o basso rischio. Ma i teleconsulti di questo tipo raramente sono accurati. Di conseguenza, i responsi forniti da queste «app» possono rassicurare gli utenti anche quando non dovrebbero e indurli a evitare ulteriori indagini. Aumentando così le probabilità di vedere eventualmente progredire una malattia già in essere.


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LA DIAGNOSI DI TUMORE NON PASSA DALLA «APP» 

Il messaggio emerge da una revisione di nove ricerche condotta per sintetizzare le evidenze scientifiche riguardanti la sicurezza e l'efficacia di sei di queste «app» per la pelle. Gli scienziati inglesi si sono concentrati su quelle basate sull'intelligenza artificiale. E, dopo aver analizzato le conclusioni degli studi, hanno concluso che «queste applicazioni non forniscono un'adeguata protezione al pubblico». L'analisi si è focalizzata soprattutto sulle applicazioni disponibili in Europa e classificate come dispositivi medici di classe 1 (non invasivi e a basso rischio per chi li usa): SkinVision e skinScan. Per la prima, sono stati valutati tre studi, da cui è emersa una sensibilità dell'88 per cento (ciò vuol dire che 12 persone su 100 con lesioni cancerose o precancerose della pelle rischiano di non essere intercettate) e una specificità del 79 per cento (21 persone su  100 potrebbero essere guidate verso approfondimenti diagnostici pur non avendone bisogno). Quanto a skinScan, esaminando lo stato di 15 nevi, l'applicazione non ha identificato nessun melanoma: eppure ce n'erano cinque. Dati alla mano, i ricercatori hanno spiegato che «al momento questi dispositivi non forniscono un'adeguata protezione al pubblico». Motivo per cui, «il loro utilizzo non può essere raccomandato»: né per una diagnosi né per tenere sotto controllo un neo che potrebbe evolvere in chiave maligna. 

IL RAPPORTO MEDICO-PAZIENTE FA LA DIFFERENZA

I limiti della tecnologia derivano anche dalla qualità delle immagini e dalla ricchezza di dettagli presenti. Detto ciò, pur avendo di fronte l'istantanea più precisa, «una fotografia non permette mai di fare una diagnosi: né allo specialista né agli algoritmi disponibili, che sono ancora di scarso valore - commenta Pasquale Frascione, responsabile dell'unità operativa di dermatologia oncologica e prevenzione dell'Istituto Dermatologico San Gallicano di Roma -. Una diagnosi di melanoma non è semplice e richiede sempre una visita al paziente. La malattia può infatti celarsi dietro altre condizioni, benigne e maligne: è il caso per esempio di alcune cisti sebacee, dei nevi di Spitz e della cheratosi attinica. Da qui la necessità di effettuare indagini più approfondite. La diagnosi dei tumori della pelle non può prescindere dall'epiluminescenza e, in seconda battuta, dalla biopsia». 


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Più interessante delle «app» regolate dall'intelligenza artificiale, è invece l'orizzonte aperto dalla teledermatologia, che offre la possibilità di ricevere il consulto di uno specialista lontano anche centinaia di chilometri. Questo settore, già in evoluzione, ha compiuto passi in avanti nel corso della pandemia di Covid-19. «Negli ultimi mesi quasi tutti i centri hanno messo a punto piattaforme online per garantire l'assistenza ai pazienti - aggiunge Frascione, che è vicepresidente della Società Italiana di Dermatologia medica, chirurgica, estetica e di malattie sessualmente trasmesse (Sidemast) -. Dopo aver valutato l'anamnesi, le immagini e gli esami clinici di ognuno di loro, abbiamo stabilito caso per caso se farli venire subito in ospedale o rimandare l'appuntamento per ridurre il rischio di contagio». Di questa evoluzione, forzata dall'emergenza sanitaria, si  dovrà tenere conto quando si sarà tornati alla normalità. «Più che per una prima diagnosi, la telemedicina in dermatologia rappresenta un'opportunità per il follow-up - conclude lo specialista -. Per permetterle di prendere piede, occorre però fissare alcune regole. L'aspetto medico legale non è mai stato considerato. In assenza di tutele, nessuno di noi potrà dare una risposta definitiva a un paziente talvolta mai visitato prima».  

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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