Potenzialmente è in grado di salvare la vita. Ma la telemedicina, intesa come l’opportunità di monitorare a distanza lo stato di salute di una persona, in Italia non è ancora entrata a pieno regime. È questa l’istantanea emersa dal congresso della Società Europea di Cardiologia, conclusosi a Roma nei giorni scorsi. L’appuntamento ha rappresentato l’occasione per presentare i risultati di uno studio condotto dal dipartimento di cardiologia dell’Università di Brescia, in collaborazione con Federmarma. Le conclusioni rimandano alla centralità delle farmacie nella scoperta e nella gestione di alcune situazioni che possono mettere a rischio la sopravvivenza. Potenzialità che in Italia, però, non è sfruttata appieno.
IN COSA CONSISTEVA IL MONITORAGGIO
Lo studio ha visto protagoniste 1916 farmacie sparse sul territorio nazionale, dotate dei macchinari in grado di effettuare alcune indagini e di riferire i risultati a un team di cardiologi disponibili 24 ore su 24, attraverso un network telematico. Il monitoraggio, come spiegato da Leonardo Bolognese, direttore dell’unità di cardiologia dell’ospedale di Arezzo, prevedeva «l’uso di un elettrocardiogramma, il controllo della pressione arteriosa e l’holter cardiaco come prevenzione primaria per sottoporre a screening soggetti sani o controllare pazienti a rischio: diabetici, ipertesi, persone con dislipidemie. Ma un simile sistema è servito anche a effettuare una prevenzione secondaria i pazienti che avevano già avuto un evento cardiovascolare». Nel corso dello studio, portato avanti per tutto il 2015, il network telematico è stato utilizzato da 14.733 donne e 13.549 uomini. Tra i sintomi più di frequente segnalati al momento dell’ingresso nelle farmacie c’erano le palpitazioni, la sincope e il dolore toracico atipico. C’è stato anche chi ha fatto riferimento al servizio per misurare la pressione e testare la risposta alla terapia antiipertensiva.







