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Ginecologia

Parto in casa: scelta rischiosa o opportunità?

La Gran Bretagna invita le mamme con gravidanze fisiologiche a completarle nella propria abitazione. Ma la comunità scientifica rimane prudente: «Inutile tornare indietro»

Il parto a casa? Non è rischioso. Ne sono convinti i responsabili dell’Istituto nazionale inglese per la salute e l’eccellenza nelle cure che, con la pubblicazione delle nuove linee guida, incoraggiano le gestanti a basso rischio di complicazioni - pari, in Gran Bretagna, al 45% del totale - a partorire in casa o in centri gestiti da ostetriche. «Così il numero di parti cesarei e i rischi di incorrere in un intervento di episiotomia e in un’infezione ospedaliera diminuiranno».


PARTO IN CASA

Secondo le linee guida britanniche, le donne incinte dovrebbero poter scegliere il luogo in cui dar luce al proprio bambino, a meno che non siano al loro primo figlio, obese, over 35 o con problemi cardiocircolatori. «E se lo fanno in casa con l’aiuto di un’ottima équipe di levatrici professioniste - affermano gli autori del documento -, l’esperienza risulta meno traumatica». L'idea di terminare la gravidanza in casa è molto diffusa nei Paesi del Nord Europa, dove c’è un sistema di assistenza nei confronti della gestante che permette al personale medico di intervenire in pochissimo tempo, in caso di complicanze. È questo motivo a spingere un terzo delle donne olandesi - con il supporto dell’ostetrica, il rianimatore e il neonatologo pronti a intervenire - a optare per il parto in un luogo protetto come la propria abitazione. Più bassi, invece, i tassi in Gran Bretagna (il 2,7% delle gravidanze terminano in casa).


L’ITALIA SI OPPONE

Con il tempo la pratica ha iniziato a prendere piede anche in altre realtà, a partire dall’Italia, riconosciuta pochi giorni fa dall’Istat come la patria europea del parto cesareo. Ma la comunità scientifica, sul tema, va oltre la prudenza. Negli Stati Uniti, dove soltanto lo 0,5% delle nascite avviene in casa, l’idea è ritenuta stuzzicante, ma i medici sono ancora ben lontani dal caldeggiarla. La Francia, invece, è più propensa ad adottare i «birth center»: ovvero strutture vicine, ma non interne agli ospedali. Fin troppo lievi. per essere ritenuti considerevoli, gli aumenti nelle nascite domestiche che si registrano in Australia e Nuova Zelanda. Secondo Costantino Romagnoli, direttore dell’unità di terapia intensiva neonatale al policlinico Gemelli di Roma e presidente della Società Italiana di Neonatologia, la scelta non andrebbe incentivata perché «il ritorno al parto domiciliare rappresenta una regressione sul piano scientifico e culturale. L’Italia è il Paese che presenta il più basso numero di complicanze alla nascita, tra mamme e neonati. Vuol dire che il sistema delle nascite lungo la Penisola funziona anche abbastanza bene. La regolarità di una gravidanza può essere determinata soltanto a parto avvenuto. I dati ci dicono che nei parti domiciliari è più alto il rischio di eventi avversi per il feto e per la mamma: dall’asfissia neonatale all’emorragia post-partum».

DEPRESSIONE POST-PARTUM:
PERCHE' AVVIENE?

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