Il rischio di rimanere infertili dopo le cure oncologiche ricevute durante l'adolescenza non è sempre noto. Più penalizzati gli uomini: le opportunità per preservare la fertilità
Il rischio di non poter avere figli dopo un tumore esiste, come possibile conseguenza della tossicità di alcuni trattamenti (chemioterapiaeradioterapia) a cui un paziente oncologico può essersi sottoposto per curare la malattia. Oggi, però, sono diverse le opportunità per preservare la fertilità fin dall'adolescenza: tanto per i ragazzi (prelievo e conservazione del seme) quanto per le ragazze (crioconservazione degli ovociti o del tessuto ovarico). La prassi, ormai abbastanza diffusa, ha fatto crescere la quota di giovani pazienti oncologici che prende in esame questa possibile conseguenza e le opportunità per evitarla. Ma la percezione del rischio è ancora abbastanza disomogenea, se si leggono i dati che emergono da uno studio pubblicato sul Journal of Clinical Oncology.
CANCRO E INFERTILITA': UOMINI POCO CONSAPEVOLI
La consapevolezza di poter aver problemi nella procreazione è abbastanza diffusa: riguarda poco più di sei ex pazienti oncologici su dieci, tra adolescenti (14-18 anni) e giovani adulti (fino alle soglie dei 40 anni). Ma a riguardo, considerando i dati raccolti dagli esperti del St. Jude Hospital di Memphis (Stati Uniti), esiste un ampio divario di genere. Gli uomini, che sono i più esposti all'eventualità di imbattersi in problemi di infertilità dopo le cure oncologiche, sono meno consapevoli rispetto alle donne. Questo è quanto emerso dalla ricerca, condotta coinvolgendo più di mille ex pazienti oncologici oggi adulti (età media: 29 anni), al fine di incrociare la percezione del rischio con la reale difficoltà nel mettere al mondo un figlio a distanza di anni dal termine delle terapie. Sul totale di coloro che si sono mostrati consapevoli della probabile infertilità (o subfertilità), gli uomini erano soltanto il 19 per cento. Di fatto un terzo del totale che, a seguito delle indagini eseguite in laboratorio, ha invece evidenziato un reale «deficit» della fertilità. Oltremodo preoccupate si sono rivelate invece le donne, di cui soltanto una su 5 mostrava chiare difficoltà di procreazione.
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