
Una diagnosi di cancro è un evento travolgente, che ha un impatto enorme non solo nella vita privata ma anche in quella professionale. Il cancro e i trattamenti successivi alla diagnosi possono influenzare profondamente la vita lavorativa per diverse ragioni: assenze legate ad appuntamenti per visite o terapie, impatto di queste stesse terapie sulla capacità di svolgere alcune mansioni sul lavoro, effetti collaterali e cambiamenti nell’immagine corporea, e tanto altro ancora.
Lavorare dopo la diagnosi è una decisione personale che dipende da molteplici fattori. In alcuni casi si preferisce (o si è costretti dall’impatto dei trattamenti) a prendere una pausa per dedicarsi alla propria salute, in altri casi invece si sceglie di rimanere operativi dal punto di vista professionale durante le terapie: anche questo è un modo, per alcuni, per non rinunciare alla “normalità”. Non di rado poi lavorare è necessario per poter affrontare le spese di tutti i giorni, alle quali si possono aggiungere anche quelle legate alle cure.
Quello del lavoro durante e dopo le terapie oncologiche è un tema di grande attualità, soprattutto se si pensa che una percentuale non certo trascurabile di persone riceve una diagnosi di tumore in età lavorativa: secondo dati statunitensi, il 45% delle diagnosi riguarda persone di età compresa tra i 20 e i 64 anni.
I diritti ci sono, ma da soli non bastano
Nei diversi paesi sono attivi specifici provvedimenti che tutelano chi ha una diagnosi oncologica e garantiscono alcuni diritti fondamentali per poter mantenersi attivi dal punto di vista professionale nonostante la malattia e le terapie. Questi diritti però non cancellano il peso psicologico e l’ansia che un malato di cancro può provare nel doversi confrontare con colleghi, datori di lavoro e clienti sulla propria malattia.
La prima cosa da tenere a mente è che la decisione di condividere la diagnosi sul posto di lavoro è una scelta profondamente personale.
È normale sentirsi nervosi e preoccupati pensando a come gli altri reagiranno di fronte alla notizia, ma non bisogna dimenticare che, in molti casi, aprirsi con gli altri può portare a ricevere maggiore supporto e comprensione durante il percorso di cura.
Parlare apertamente del tumore può anche rivelarsi utile a evitare risentimenti o pettegolezzi se dovessero notare cambiamenti nell’aspetto o nelle prestazioni, o se si riceve un trattamento “speciale”.
Per quanto riguarda poi il datore di lavoro, in linea generale, non esiste un obbligo legale di comunicare la diagnosi, ma questa comunicazione di rende necessaria nel momento in cui la malattia o i trattamenti influiscono sulla capacità di svolgere le parti essenziali del lavoro o se si crea un rischio per la salute e la sicurezza del paziente o dei colleghi.
Chiarezza e rispetto, senza tabù
Se si decide di condividere la notizia con i colleghi di lavoro, una pianificazione attenta può rendere il processo più semplice e meno stressante. Come è facile immaginare non esiste una formula universale per parlare della propria diagnosi di cancro sul lavoro, soprattutto perché il contesto lavorativo può variare notevolmente, così come variano le mansioni e i rapporti con colleghi e superiori. Per questo è fondamentale decidere quali informazioni condividere, ma anche quando, dove e con chi farlo.
Qualche consiglio generale può essere utile, ma poi ciascuno deve costruire la propria strategia.
- Non è necessario dirlo a tutti. Soprattutto se si lavora in una grande organizzazione, si può scegliere di informare solo i colleghi più stretti. Può essere utile iniziare con una persona fidata e poi decidere se e come dirlo ad altri.
- Stabilire i confini. Decidere in anticipo quante informazioni si è disposti a condividere. Alcuni colleghi potrebbero fare domande sul tipo di cancro, sulla fase o sui trattamenti in corso.
- Essere pronti a molteplici reazioni e domande. Alcuni colleghi saranno comprensivi, altri potrebbero sentirsi a disagio o addirittura turbati. Potrebbero arrivare anche domande indesiderate di fronte alle quali è più che legittimo dire che si preferite non discutere l'argomento.
- Dare informazioni pratiche. In alcuni casi può essere utile condividere dettagli specifici su come il trattamento sta influenzando gli aspetti lavorativi (fatigue, minore concentrazione, rischio di infezione, ecc).
- Chiedere supporto specifico. Essere chiari sul tipo di supporto e aiuto di cui si ha o si avrà bisogno e sui possibili cambiamenti nell’aspetto è il primo passo verso una corretta interazione anche durante i trattamenti. Questa chiarezza aiuterà anche i colleghi a non sentirsi in imbarazzo di fronte alle vostre richieste o ai cambiamenti fisici a volte inevitabili legati alle terapie.
Luogo, tempo e modalità non sono dettagli
Data la delicatezza dell’argomento e le emozioni che la notizia può suscitare in chi la trasmette e in chi la riceva, sarebbe utile trovare un luogo comodo e privato e stabilire un momento specifico per la conversazione. Le modalità per comunicare la diagnosi di tumore sono molte: se il pensiero di parlarne in persona è troppo pesante, si può pensare di inviare un'e-mail: è un metodo meno personale, ma efficace se l’obiettivo è fare arrivare a tutti la stessa informazione contemporaneamente. Si può, in alternativa, chiedere a un’altra persona (collega fidato, manager, responsabile delle risorse umane) di diffondere la notizia, chiarendo sempre quali informazioni possono essere condivise e quali devono rimanere private.
Il datore di lavoro dovrebbe invece essere informato direttamente e non tramite intermediari o, ancora peggio, tramite voci o pettegolezzi. Questo dialogo diretto permette anche di discutere in modo dettagliato le eventuali modifiche in termini di orari o mansioni che possono servire per continuare a lavorare o per tornare al lavoro dopo il trattamento.
E i liberi professionisti?
Anche per i lavoratori autonomi, che non hanno veri e propri “colleghi di lavoro”, è importante informare clienti e collaboratori di possibili cambiamenti in termini di disponibilità e prestazioni, secondo tempi e modalità che ciascuno deve scegliere in base alle proprie esigenze e sensazioni.
Infine, ma forse tra gli aspetti più importanti in una conversazione su questo tema, è fondamentale parlare di privacy. Il datore di lavoro dovrebbe mantenere riservate le informazioni sulla diagnosi. È necessario il vostro permesso (consenso) per divulgare la vostra salute ad altri, inclusi i membri del team e o stesso vale, seppur in termini informali, anche per i colleghi ai quali è importante indicare chiaramente le informazioni che possono essere condivise e quali dovrebbero invece rimanere private. Attenzione quindi ai social media! Se si decide di non parlare della malattia sul luogo di lavoro, è bene ricordare che le informazioni condivise sui social media potrebbero essere viste da colleghi e collaboratori.
Nota bene: le informazioni fornite non sostituiscono il parere di uno specialista.
