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Covid-19: la pandemia potrà finire grazie alla vaccinazione?

pubblicato il 03-05-2021

La vaccinazione di massa può dare un colpo decisivo alla pandemia. Ma per ridurre i contagi occorre controllare le riaperture e ripristinare il tracciamento

Covid-19: la pandemia potrà finire grazie alla vaccinazione?

Un anno fa, di questi tempi, si invocava l’arrivo dei vaccini per venire fuori dalla pandemia. Il loro sviluppo e il seguente approdo sul mercato hanno permesso ai singoli Stati di avere un’arma in più per arginare il diffondersi del coronavirus. Ma al di là del fatto che oggi meno del 4 per cento della popolazione mondiale risulta aver completato il ciclo vaccinale, è pensabile che aumentando la diffusione dei farmaci si possa archiviare una volta per tutte l’emergenza rappresentata da Covid-19? La domanda se la pongono tutti. La comunità scientifica è però molto cauta nelle risposte. La profilassi è destinata ad attenuare l’impatto di Covid-19, in termini di decessi. Ma le incertezze sulla durata dell’immunità e sulla disponibilità dei vaccini, abbinate alla trasmissione asintomatica del virus e alle difficoltà nel tracciamento, lasciano supporre che dovremo con ogni probabilità abituarci a convivere per diversi anni con il virus (Sars-CoV-2) e con la malattia che può provocare (Covid-19). E all’eventualità di vaccinarci periodicamente. 

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I vaccini contro Covid-19, per quanto attesi e per l’efficacia che stanno dimostrando nel prevenire le forme gravi della malattia e abbattere il numero dei contagi, rappresentano una delle scoperte scientifiche più importanti dell’ultimo decennio. Da soli, però, difficilmente basteranno a far scivolare l’attuale emergenza sanitaria nel dimenticatoio. Di questo sono convinti gli epidemiologi dell’Università di Warwick (Coventry), che in un articolo pubblicato sulla rivista The Lancet Infectious Diseases hanno ipotizzato quello che potrebbe essere lo scenario in un Paese che ha vaccinato con il piede sull’acceleratore, come il Regno Unito. A loro avviso, la strada imboccata è quella giusta: con una campagna vaccinale di massa, seguita da riaperture graduali e preservando l’uso delle mascherine e il distanziamento sociale. L’aumento delle persone vaccinate è dunque senza dubbio un obbiettivo a cui tendere. Ma da solo, considerando che nessun vaccino è efficace al 100 per cento e che l’aumento della copertura potrebbe essere seguito da un rilassamento nel rispetto delle misure di protezione individuali, difficilmente permetterà agli abitanti di Gran Bretagna e Irlanda del Nord di «dimenticarsi» di Covid-19. «Poiché nessun farmaco offre una protezione assoluta», man mano che le restrizioni vengono allentate e il numero delle infezioni aumenta, «potrebbero verificarsi dei decessi anche tra coloro che sono stati vaccinati», è quanto messo nero su bianco dai ricercatori, che nell’analisi hanno tenuto conto dei dati di efficacia degli studi clinici che hanno portato all’approvazione dei vaccini usati nel Regno Unito (Pfizer-Biontech AstraZeneca). Non, invece, delle nuove varianti.


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LE RIAPERTURE DEVONO ESSERE GRADUALI

Nuovi rialzi nei contagi non possono dunque essere esclusi. Anche se, «con un allentamento graduale dei divieti, è probabile che si vada incontro a ondate di portata inferiore», per dirla con il matematico Matt Keeling, coordinatore dello studio. Secondo i ricercatori, è da escludere che la  vaccinazione riesca a portare l’indice R0 (indica il numero medio di persone che ogni malato può contagiare) stabilmente al di sotto di 1. Anche perché, a oggi, non si prevede di vaccinare la popolazione dei bambini e degli adolescenti. Diverse aziende farmaceutiche stanno effettuando studi clinici vaccinando i ragazzi dai 12 anni in su. Al momento, però, è impossibile prevedere se e quando la profilassi coinvolgerà anche loro. Motivo per cui, considerando le frequenti relazioni sociali dei più giovani, è immaginabile che la circolazione del virus rimanga nel tempo costante. Seppur con un impatto inferiore in termini di complicanze e decessi, a fronte di una popolazione adulta vaccinata. Gradualità rimane dunque la parola d’ordine, in vista delle riaperture. Un aspetto che dovrà riguardare anche il controllo dei viaggiatori (da e per l'estero), fino a quando la distribuzione dei vaccini non sarà diffusa e omogenea. Relativamente al Regno Unito, secondo i ricercatori lo scenario ideale per minimizzare l’impatto di Covid-19 è quello che prevede la rimozione di tutti i divieti a gennaio del prossimo anno. Purché si siano raggiunti i seguenti tassi di copertura vaccinale: over 80 (95 per cento), 50-79 anni (90 per cento) e 18-49 anni (85 per cento).


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04-03-2021
QUANTO DURA L'IMMUNITÀ?

Difficile, al momento, dire quando l’Italia potrà raggiungere questi livelli. È questo uno dei principali punti interrogativi, seguito da quello sulla durata dell’immunità. Oggi sappiamo che la protezione garantita dalla malattia è efficace almeno nove mesi. Motivo per cui è pressoché certo che il vaccino riesca a fare lo stesso, se non di più. Come ribadito nelle ultime settimane, però, non è da escludere la necessità di dover sottoporre la popolazione a un’ulteriore dose di vaccino. Per potenziare la risposta del sistema immunitario, oltre che per estenderla eventualmente nei confronti di nuove varianti che dovessero rivelarsi in grado di «eludere» le difese innescate dalla vaccinazione. Ed è questa un’altra variabile da non trascurare. Se dovesse esserci l’indicazione a una terza dose (o a una seconda, per il farmaco di Johnson&Johnson), saremmo in grado di effettuarla in maniera massiva in tempi rapidi? La domanda è al momento priva di risposta. A ciò occorrono aggiungere i rischi legati all’iniquità nell’accesso ai vaccini tra i diversi Paesi del mondo. La comunità scientifica è certa: di fronte a una malattia infettiva, non può esserci sicurezza senza uguaglianza nell'accesso ai farmaci. Oltre che per un discorso etico, è fondamentale favorire la diffusione dei vaccini anche nei Paesi a basso e medio reddito. Pena un rischio aumentato per tutti. Attualmente, grazie a Covax (il programma internazionale globale per la distribuzione equa dei vaccini), sono 118 i Paesi che hanno già ricevuto le prime dosi. L’obbiettivo è arrivare a 190 entro la fine dell’anno.

 

IL CONTAGIO DA ASINTOMATICI NON AIUTA

A rendere articolata la sfida contro Covid-19 è anche la capacità di Sars-CoV-2 di rendersi contagioso a partire da persone del tutto asintomatiche o ancora in fase di incubazione (presintomatiche). Questa caratteristica - che distingue l’ultimo coronavirus dal predecessore, responsabile della SARS - ha rappresentato fin da subito una delle maggiori difficoltà nel contenimento dei nuovi casi di infezione. E, oggi che si cerca di capire quando il mondo potrà mettersi alle spalle l’emergenza sanitaria, rende più fragile qualsiasi previsione. Una delle sfide più importanti per la salute pubblica è dunque rappresentata da coloro che, senza manifestare i sintomi di Covid-19, sono in grado di contagiare altre persone. «Sebbene gli individui asintomatici sembrino essere contagiosi per un periodo di tempo più breve e possano presentare un rischio di trasmissione inferiore, rappresentano un rischio sostanziale per la salute pubblica, poiché hanno maggiori probabilità di essere fuori dalla comunità», è quanto scritto dalla virologa Angela Rasmussen e dall’epidemiologa Saskia Popescu  (Georgetown University) in un articolo pubblicato su Science. Al di là della vaccinazione, in assenza di iniziative di screening di massa, questa caratteristica del virus rende più difficile arginare i contagi. Soprattutto se col tempo si abbasserà la guardia rispetto all’igiene delle mani, all’uso delle mascherine e al distanziamento sociale.


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TRACCIAMENTO NECESSARIO PER CONTROLLARE LA PANDEMIA

In attesa di capire per quanto tempo risulti efficace la vaccinazione e con la speranza di poter andare più a fondo di quelle che sono le basi biologiche della contagiosità dei preasintomatici e degli asintomatici, la strategia di contenimento dei contagi non può prescindere dalla necessità di continuare a rispettare le misure di prevenzione del contagio (mascherine, igiene delle mani e distanziamento) e dalla capacità di effettuare test su larga scala e di isolare i contatti dei soggetti positivi. È il tracciamento, che permette di ricostruire i rapporti personali del soggetto positivo (luoghi frequentati, legami familiari e affettivi), in modo da sottoporre a test tutte le persone della sua rete più stretta di contatti. Una strategia attuabile a fronte di una bassa circolazione virale (meno di 50 positivi ogni 100mila abitanti). Da qui l'importanza di ridurre i nuovi contagi (motivo per cui è necessario un ritorno graduale alla socialità), per controllarli in maniera capillare: anche rispetto all'emergere di nuove varianti. È questo il (vero) primo passo da compiere per avvicinarsi alla fine della pandemia.

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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