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I nostri ricercatori

Da bambina avevo un sogno

pubblicato il 19-03-2014
aggiornato il 13-02-2017

“Fare la scienziata e dare una speranza a chi è malato” dice Caterina Vitali, scienziata bergamasca di 32 anni, impegnata nello studio delle malattie autoimmuni e dei linfomi

Da bambina avevo un sogno

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Caterina Vitali è una giovane scienziata della provincia di Bergamo: ha studiato Biotecnologie Industriali all’Università degli Studi di Milano-Bicocca, dove si è fermata per il dottorato di ricerca nel laboratorio di Immunologia Molecolare e Cellulare diretto dalla Professoressa Francesca Granucci. Dal 2010 Caterina si è spostata in un’altra realtà di eccellenza della ricerca milanese: l’Istituto Nazionale dei Tumori, dove lavora come ricercatrice post-dottorato nel gruppo di Immunologia Molecolare sotto la guida del Dottor Mario Colombo.

Caterina ha sempre lavorato nel campo dell’immunologia, pubblicando i suoi lavori su riviste prestigiose del calibro di Blood; e da quando si è spostata all’Istituto dei Tumori si occupa di tumori delle cellule immunitarie.

 «Già da piccola volevo fare la “scienziata” e non ho mai cambiato idea. La scelta di lavorare nel campo dell’oncologia è dipesa da vari fattori, non ultimo la storia della mia famiglia che purtroppo ha convissuto più volte con il tumore».

 

LUPUS E LINFOMI

All’Istituto dei Tumori, Caterina studia le relazioni tra malattie autoimmuni e linfomi «Si sa che alcune malattie autoimmuni, come il lupus eritematoso, provocano infiammazione cronica che predispone allo sviluppo di tumori dei linfociti B, come il linfoma diffuso a grandi cellule B» spiega Caterina. «I meccanismi molecolari sono però ancora sconosciuti, e con questo progetto di ricerca cerchiamo di fare luce su alcuni di questi, in particolare studiando la proteina Osteopontina».

Nel laboratorio di Caterina è presente un modello murino di lupus in cui è possibile bloccare la produzione dell’Osteopontina «Quando questa proteina manca, i sintomi del lupus sono più gravi e precoci e spesso vi è la formazione di linfomi diffusi a grandi cellule B più aggressivi» continua Caterina. «È probabile che l’Osteopontina funzioni come un “freno” che rallenta la trasformazione tumorale in presenza di infiammazione da lupus; con i miei studi vorrei comprendere in che modo».

Le relazioni tra sistema immunitario e cancro sono molto complesse e spesso ambivalenti, a seconda del contesto specifico del singolo tumore: c’è ancora molto da scoprire e il lavoro di ricercatori come Caterina è essenziale. Conoscere è il prerequisito essenziale per poter sviluppare nuove terapie efficaci.

Caterina ha sempre fatto ricerca in Italia: «Anche nel nostro Paese si può fare ricerca di alto livello. Il vero problema è la mancanza di garanzie minime lavorative per i ricercatori: le borse di studio non prevedono contributi previdenziali, né malattia, gravidanza o ferie regolamentate». Inoltre c’è sempre l’incertezza del futuro a lungo termine «Tra 15 o 20 anni, troverò ancora una borsa di studio?» si domanda Caterina.

Questo può rappresentare un vero limite per molti giovani, anche volenterosi, che vogliono intraprendere la carriera della ricerca. «Scoraggia soprattutto gli uomini che, per “cultura”, si sentono tenuti a portare a casa uno stipendio sicuro» commenta Caterina.

 

L’IMPEGNO CIVILE

Caterina non è solo una scienziata chiusa nel suo laboratorio, ma è anche impegnata nella vita politica e sociale: è consigliera comunale e capogruppo della lista civica del suo paese, Ciserano, in provincia di Bergamo «É un grande impegno da gestire oltre al lavoro in laboratorio, ma dà molte soddisfazioni, nonostante le difficoltà che si incontrano ad amministrare in questo periodo: i sindaci devono fare i salti mortali per garantire i servizi minimi ai cittadini». E infine Caterina è anche mamma di Alessandro, due anni a luglio. «Cerco di passare con lui tutto il tempo possibile. Fare la mamma è la cosa più bella; fare la mamma lavoratrice è difficile ma possibile!».

Intensa e impegnativa dunque la vita di Caterina: e nel suo futuro, cosa vede? «Molto difficile vedersi tra dieci anni con questa incertezza diffusa. Certamente punterò a crescere professionalmente, cercherò dei fondi per la ricerca, anche se so che la strada sarà in salita».

 

UNA STORIA DI SPERANZA

Caterina dunque è determinata a continuare lungo la via della ricerca, che non è solo un semplice “lavoro”: «Fare ricerca significa dare speranza a moltissime persone che combattono o che hanno combattuto con la malattia. Vedere gente che ti ringrazia per quello che fai e ti dice ”Mi raccomando, pensateci voi” ti fa andare avanti» testimonia Caterina.

Lo sanno bene tutti i ricercatori, e spesso è una delle spinte interiori che danno la carica per continuare. Per Caterina e i suoi colleghi del laboratorio di Immunologia Molecolare all’Istituto dei Tumori, questa è più di una consapevolezza personale: è una realtà che vivono quotidianamente.  «C’è una signora che ha perso prematuramente la figlia Simonetta per un tumore» racconta Caterina.  «Da allora, questa signora ha venduto perfino delle proprietà per donare al nostro dipartimento uno strumento fondamentale che noi utilizziamo ogni giorno per le nostre ricerche».

L’anziana signora è diventata un po’ la “nonna” di tutti i ricercatori del laboratorio «Ci ha “adottato” e ci porta sempre i dolci a Pasqua e Natale» continua Caterina «Essere la ragione di vita di una persona così ti ricorda l’importanza di quello che ogni giorno la ricerca produce: la speranza di nuove e migliori cure».

Buon lavoro dunque Caterina!

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Chiara Segré
Chiara Segré

Chiara Segré è biologa e dottore di ricerca in oncologia molecolare, con un master in giornalismo e comunicazione della scienza. Ha lavorato otto anni nella ricerca sul cancro e dal 2010 si occupa di divulgazione scientifica. Attualmente è Responsabile della Supervisione Scientifica della Fondazione Umberto Veronesi, oltre che scrittrice di libri per bambini e ragazzi.


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