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Lavoro per scoprire i segreti dei tumori al seno HER2 positivi

pubblicato il 20-10-2020

Junbiao Wang lavora all'Università di Camerino. Obbiettivo: fare luce sui meccanismi che portano alle recidive del tumore al seno HER2 positivo

Lavoro per scoprire i segreti dei tumori al seno HER2 positivi

Secondo i dati più recenti, il tumore al seno rimane quello più frequentemente diagnosticato nel nostro Paese con 54.976 casi (pari al 14.6% di tutte le nuove diagnosi). Numeri in leggera crescita, che però si accompagnano a uno sforzo importante in termini di screening, controlliterapie. Prova ne è il fatto che oggi, complessivamente, l’88% delle pazienti colpite da tumore al seno è viva a cinque anni dalla diagnosi.

Una delle sottocategorie più importanti per il tumore al seno è rappresentata dai tumori HER2+, cioè positivi al recettore HER2. Si tratta di tumori nei quali è presente un eccesso della proteina Her2 (codificata dall’omonimo gene) e che generalmente manifestano una crescita sostenuta. Fortunatamente, però, negli ultimi anni sono state introdotte alcune terapie di precisione rivolte contro la proteina HER2 (come il farmaco trastuzumab). I vantaggi in termini di sopravvivenza sono importanti, ma occorre studiare ulteriormente i meccanismi molecolari che inducono recidive e ricadute nelle pazienti così da evitarle.

 

Junbiao Wang, biologo e ricercatore all’Università degli Studi di Camerino (Macerata), si sta occupando del ruolo di una specifica molecola chiamata tRF3E, alterata proprio nei tumori al seno HER2+. Il suo lavoro va avanti per il secondo anno consecutivo grazie al sostegno di una borsa di ricerca annuale di Fondazione Umberto Veronesi.

Junbiao, raccontaci del tuo lavoro sui tumori al seno HER2 positivi. Cos’è tRF3E?

«tRF3E fa parte di una nuova classe di piccoli Rna presenti all’interno delle cellule, i frammenti derivati da Rna trasportatore (tRFs), che non codificano per proteine ma che regolano diversi processi biologici. Diversi studi hanno dimostrato che l’attività di tRF3E è alterata nei tumori al seno HER2+, e che questo piccolo Rna potrebbe avere una funzione di contrasto del tumore».

In che modo?

«tRF3E origina da frammenti degli Rna-trasportatori (molecole coinvolte nell'assemblaggio delle proteine della cellula, ndr) e mostra una funzione di soppressione del tumore. Ovvero: è in grado di inibirne la crescita. Durante il 2020, anche se il Covid ha interrotto il nostro lavoro per diversi mesi, abbiamo ottenuto altre informazioni importanti su questa molecola. In primo luogo, abbiamo confermato che tRF3E è presente nei tessuti mammari provenienti da pazienti sane, mentre invece i suoi livelli calano nei tessuti mammari tumorali».

 

Qualche idea sul perché?

«La prima ipotesi da verificare era il ruolo degli ormoni. Attraverso il nostro lavoro, tuttavia, abbiamo dimostrato che la presenza di tRF3E non è influenzata dagli ormoni, almeno nei tessuti di topo femmina che utilizziamo come modello. Dopo varie analisi le nostre attenzioni si sono spostate sul ruolo di Dicer, una molecola che in vitro è in grado di favorire il taglio dei frammenti di Rna, fino a formare tRF3E. Ora stiamo conducendo degli esperimenti in vivo per confermare i meccanismi anche in un modello animale».

 

Una volta capiti i meccanismi che regolatori di tRF3E, quali potrebbero essere le ricadute cliniche?

«Comprendere i meccanismi di inibizione del tumore causati da tRF3E potrebbe aprire la strada per il suo impiego come molecola terapeutica. Inoltre, ora sappiamo che i livelli di tRF3E nelle cellule e nel sangue sono inferiori tanto più il tumore del seno sta avanzando. Per questo motivo, se si riuscisse a mettere a punto un sistema di monitoraggio efficace attraverso il sangue, tRF3E potrebbe essere usata per monitorare l’avanzamento della malattia e diventare uno strumento rapidamente fruibile in clinica».

 

Junbiao, raccontaci di te: l’Italia non è un luogo facile per fare ricerca.

«Sono in Italia da più di otto anni, oramai. Amo molto le persone e lo stile di vita italiano, anche se all’inizio mi sono sentito un po’ solo: è stato difficile seguire le lezioni e gli insegnanti in classe, anche se mi sono adeguato all’ambiente abbastanza presto. Però ho comunque dovuto studiare duramente, e spesso non ho passato gli esami universitari. Gli amici sono stati importanti, mi hanno aiutato a capire nel profondo la cultura italiana. Alla fine mi sentivo quasi in un film, come nella “Dolce Vita”».

 

Come mai hai deciso di lavorare qui in Italia?

Dopo il diploma di laurea molti colleghi e amici hanno preferito continuare le loro carriere all’estero, in Paesi diversi. Ma io ho deciso di rimanere qui a Camerino. È una piccola città e me ne sono innamorato, è pacifica e bella allo stesso tempo. Nonostante il terremoto del 2016 che ci ha colpito duramente, ho scelto di studiare e fare ricerca rimanendo in questo piccolo paradiso».

 

Che differenze hai percepito nel modo di lavorare in Italia e all’estero?

«In Italia non mi sento stressato. I miei supervisori sono come familiari e siamo anche buoni amici: non mi hanno mai fatto sentire forzato nel fare qualcosa, ma anzi mi hanno sempre ispirato e spinto a riflettere e a imparare qualcosa di nuovo riguardo alla ricerca. In questo ambiente lavorativo posso esprimermi al meglio, e questo è perfetto per me e per la ricerca che riesco a produrre».

 

Ricordi il momento in cui hai scelto di diventare un ricercatore?

«I miei nonni sono morti di cancro qualche anno fa. Mi amavano moltissimo, e io amavo loro. Hanno sofferto molto. Da quel momento ho deciso di provare ad alleviare la sofferenza dei malati di cancro come loro».

 

Quali sono le sfide e le soddisfazioni più grandi del lavoro di laboratorio?

«Impari che i dettagli fanno la differenza, e anche un piccolo errore può condurre al fallimento. Ogni passaggio può influire sui risultati finali del tuo lavoro, così è importante organizzarsi bene dall’inizio alla fine, rimanendo attenti e pazienti. A pensarci bene, però, le situazioni da cui impariamo di più sono proprio i nostri errori. Certo, ottenere i risultati sperati ci rende sicuramente soddisfatti, tutti vogliamo avere successo nel nostro lavoro».

 

Cosa rappresenta la scienza dal tuo punto di vista?

«La scienza è uno strumento e un mezzo. Il grado di sviluppo tecnologico rappresenta il nostro livello di conoscenze della natura: più la conosciamo e più possiamo usare le conoscenze scientifiche a beneficio di tutti. E poi la scienza, per me, è stupore».

 

Percepisci un sentimento anti-scientifico in Italia?

«No, sento fiducia rispetto al mio lavoro. Come ricercatori, anzitutto, dobbiamo impegnarci duramente e abbiamo il dovere di dire al pubblico la verità. Tutti gli scienziati sono consci della propria responsabilità e fanno del loro meglio per rispondere alle esigenze delle persone. In fin dei conti, rispondere alle domande del pubblico in maniera onesta e corretta è l’unico modo per far conoscere il nostro lavoro alla società e guadagnarci la fiducia e il rispetto delle persone».

 

Dove ti vedi tra dieci anni?

«Voglio essere un esperto nel mio campo di ricerca. So che non sarà facile, ma vorrei diventare un professore associato qui in Italia».

 

E che mestiere avresti fatto se non fossi stato un ricercatore?

«Il meccanico, come mio padre».

 

Raccontaci di te. Chi sei nel tempo libero?

«Mi piace andare in montagna con gli amici. Cammino molto veloce, così di solito sono il primo ad arrivare in cima: mi piace il momento in cui si può rimanere su una vetta e godere tutto il panorama circostante. È meraviglioso».

 

Junbiao in tre pregi e tre difetti.

«Credo che la mia miglior qualità sia la pazienza di fare bene il mio lavoro; sono una persona amichevole, onesta e affidabile. Come difetti, procrastino sempre molto e non sono troppo puntuale. E credo di non essere troppo espressivo in pubblico».

 

Un sogno nel cassetto?                                                               

«Vorrei scalare l’Everest almeno una volta nella vita».

 

Cosa ti sentiresti di dire a chi sceglie di donare a sostegno della ricerca scientifica?

«Sono veramente grato che ci siano dei donatori così generosi. Senza il loro supporto e il loro sostegno non potrei portare avanti il mio lavoro di ricerca. Meritano davvero molte lodi e rispetto, al pari dei ricercatori».



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