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Neuroscienze

La depressione costa cara e la lotta ai pregiudizi conviene

pubblicato il 22-06-2016
aggiornato il 11-07-2017

La depressione trascurata ha un alto costo economico per la società. La California ha speso molto per una campagna che spinge a curarsi e ha guadagnato molto di più

La depressione costa cara e la lotta ai pregiudizi conviene

Spendi 1 e guadagni 36. Lo Stato della California in intense e capillari campagne di sensibilizzazione sulla depressione: sul suo essere «soltanto» una malattia come le altre, sulla mancanza di colpa in chi ne soffre, sulle grandi possibilità di curarla. Il risultato di questa lotta ai pregiudizi, lo stigma, è stato quello: per ogni dollaro speso, un ritorno di 36 dollari allo Stato.

 

 

PERCHE’ CONVIENE

Come? Magia? Quasi. Non nel senso che qui si esca dai binari rigorosi della scienza, dalla medicina ufficiale. Ma nel senso che quando si vede una persona depressa curata in modo adeguato, il suo rifiorire nel volto, nei gesti, nell’allegria pare opera di magia. In effetti «sono risorto/a» è la frase più comune degli ex prigionieri del male oscuro. E con il ritorno dell’umore giusto ci sono molti ritorni al posto di lavoro lasciato “per malattia”, una maggiore produttività di quanti, pur con lo spirito a pezzi, sono riusciti a continuare a lavorare (ma come?), meno spese della sanità e maggiori tasse per lo stato derivanti dai migliori introiti economici. Gli americani i conti (in dollari) li sanno fare bene, e le statistiche sono la loro specialità. Questa volta a occuparsi del guadagno procurato dalla depressione ben curata sono stati gli esponenti della Rand Corporation, un’organizzazione di ricerca non profit. Guidati da Scott Ashwood, sono riusciti a calcolare che se anche soltanto 3.547 persone depresse fossero state spinte a curarsi dalla campagna pubblica, lo Stato della California sarebbe andato in pareggio con gli investimenti profusi nell’iniziativa.

 

COMBATTERE LA VERGOGNA

Il nemico da battere, come hanno sottolineato gli esperti della Rand Corporation e come è ampiamente risaputo, è lo stigma, il senso di colpa oppure di vergogna che vive chi sprofonda nella depressione, anche lieve, ritenendo che sia una macchia da nascondere a tutti. E non invece una vera malattia, dai sintomi psichici ma con radici biologiche come qualsiasi altra malattia e, come le altre malattie, da curare. In più, fortunatamente, curabile nella grande maggioranza dei casi. Lo stigma lo patisce il paziente e si ritrova nell’opinione pubblica. Quanti di fronte a una persona resa inerte, senza speranza, da questa malattia che affievolisce o spegne gli istinti vitali pensa che basti “scuotersi”, “darsi da fare”, “reagire come facciamo tutti!”. Frasi che non si dicono a chi stenta a respirare bene per una polmonite o ha subito una dolorosa lesione.

 

CAMPAGNE CHE FUNZIONANO

La Rand Corporation ha stimato che un 22 per cento in più di adulti californiani ha cominciato a curarsi sulla spinta della compagna di educazione alla salute. Che tremila persone hanno cercato e trovato un lavoro dopo essere usciti dalla depressione e non si sa quanti sono divenuti più efficienti nel loro impiego. Ha aggiunto Rebecca Collins, una delle autrici della ricerca: «La nostra indagine non ha misurato altri benefici generati dalla riduzione dello stigma, come il miglioramento delle relazioni interpersonali e l’accresciuta “produttività” nella propria vita fuori dal lavoro. Credo, quindi, che abbiamo sottostimato i vantaggi creati dall’impegno governativo contro un pregiudizio tanto radicato».

Serena Zoli
Serena Zoli

Giornalista professionista, per 30 anni al Corriere della Sera, autrice del libro “E liberaci dal male oscuro - Che cos’è la depressione e come se ne esce”.


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