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Neuroscienze

Più tardi si va in pensione, minori sono i rischi di Alzheimer

pubblicato il 12-05-2014
aggiornato il 01-02-2017

Secondo un’indagine francese su 500mila persone restare in attività allontanerebbe il rischio di demenze

Più tardi si va in pensione, minori sono i rischi di Alzheimer

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Forse i nostri politici quando progettano di alzare l’età della pensione non pensano ai risparmi ma alla nostra salute. Mentale. Più avanti si lavora più in avanti si sposta (o si cancella) la possibile insorgenza dell’Alzheimer o altre demenze. Ora il più vasto studio sul tema mai compiuto, che ha coinvolto quasi 500mila persone, dà le cifre di questo vantaggio. «Per ogni anno di attività in più, il rischio di demenza si riduce del 3,2 per cento», informa la dottoressa Carol Dufouil, ricercatrice dell’Inserm, l’ente governativo francese sulla salute che ha condotto l’indagine.

Così chi era andato in pensione a 65 anni è risultato avere un 15 per cento di probabilità in meno di chi si era ritirato dal lavoro a 60 anni. Il mezzo milione di francesi presi in esame erano tutti pensionati da anni e intorno ai 74 anni  di età, per la maggior parte ex titolari di negozi o artigiani, tipo panettieri o falegnami. Il risultato dell’inchiesta, hanno commentato i ricercatori, ha senso perché si sa che lavorare mantiene le persone «attive fisicamente, integrate socialmente e stimolate mentalmente, tutti fattori che si conosce per certo concorrono a prevenire il declino mentale».

 

MA IL LAVORO DEVE PIACERE

Ma non c’è solo questo, avverte e aggiunge il professor Carlo Caltagirone, ordinario di Neurologia all’Università di Roma Tor Vergata. Intanto, precisa, c’è lavoro e lavoro: se si sta alla catena di montaggio o in miniera, se si è turnisti o si è addetti ad altre mansioni usuranti, forse rimandare il pensionamento non fa troppo bene. «uando si parla di QQuando si parla di attività benefiche per il funzionamento cerebrale – osserva - si pensa in particolare ad attività cognitive, professioni o mestieri stimolanti e che danno soddisfazione. Qualità che spesso esistono nel caso degli artigiani. Poi conta, come si sa,  tenersi aggiornati, leggere, andare al cinema, coltivare interessi e frequentare gli amici».

 

LA DEMENZA C’E’, MA NON SI VEDE

Ma ecco la novità, almeno per i più. Esiste una “riserva cognitiva” nel cervello che può fare da argine alla demenza anche quando questa fisicamente si installa nella nostra scatola cranica. «Accade - spiega Caltagirone – che in persone di livello socio-culturale elevato, e anche generalmente più ricche, possano comparire all’esame della risonanza magnetica o della tac cerebrale i segni biologici di una malattia neurodegenerativa in atto. Ma – ecco dove entra in azione, a far da barriera, la “riserva cognitiva” - i sintomi non compaiono. E la persona pensa, legge, vive come sempre. Nessun segno “vissuto” di demenza, anche se nel suo cervello c’è».

Aggiunge il docente di Tor Vergata che l’Alzheimer compare di più nelle persone poco scolarizzate e poco “coltivate”. O, per lo meno, la demenza si svela in loro più che negli altri.

Un artigiano soddisfatto della sua attività al pari di un docente universitario può, dunque, opporre una potente “forza” depositatasi via via nel suo cervello contro l’invasione delle “placche” neurodegenerative. O quanto meno il loro manifestarsi.

Serena Zoli
Serena Zoli

Giornalista professionista, per 30 anni al Corriere della Sera, autrice del libro “E liberaci dal male oscuro - Che cos’è la depressione e come se ne esce”.


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