L’obesità potrebbe accelerare alcuni cambiamenti biologici associati alla malattia di Alzheimer. Un nuovo studio suggerisce che, nelle persone con obesità, alcuni biomarcatori legati alla neurodegenerazione aumentano più rapidamente nel tempo rispetto a chi ha un peso nella norma.
Un dato particolarmente interessante riguarda gli esami del sangue: i cambiamenti nei biomarcatori sembrano più sensibili dei marcatori di imaging nel rilevare cambiamenti caratteristici della malattia nel cervello. Lo studio e i suoi risultati assumono ancora più rilevanza se si considera che l’obesità è uno dei principali fattori di rischio modificabili per la demenza.
L’OBESITÀ COME FATTORE DI RISCHIO PER LA DEMENZA
Come ricorda la dottoressa Gemma Lombardi, neurologa dell’Istituto Carlo Besta, «secondo la Lancet Commission on Dementia Prevention, Intervention and Care, esistono 14 fattori di rischio modificabili che nel loro insieme potrebbero contribuire a una quota significativa dei casi di demenza. L’obesità è considerata uno di questi. Correggendo potenzialmente questi fattori, si potrebbe prevenire circa il 45% dei casi di demenza».
Gli altri 13 sono:
- minore scolarità
- perdita dell’udito
- ipertensione
- fumo
- depressione
- inattività fisica
- diabete
- isolamento sociale
- consumo eccessivo di alcol
- trauma cranico
- inquinamento atmosferico
- problemi alla vista non trattati
- livelli elevati di colesterolo LDL
«A questi è da aggiungere, sulla base delle recenti evidenze, il disturbo del sonno», precisa l'esperta.
LO STUDIO
La ricerca ha analizzato dati provenienti da 407 partecipanti arruolati nello studio Alzheimer’s Disease Neuroimaging Initiative (ADNI), un grande progetto internazionale che raccoglie longitudinalmente dati clinici, di imaging cerebrale e campioni biologici per studiare l’evoluzione della malattia di Alzheimer nel corso del tempo.
In particolare per questo studio a cui si fa riferimento i ricercatori hanno valutato in un periodo di 5 anni i cambiamenti sia nelle PET cerebrali con traccianti specifici per amiloide, che permettono di vedere l’accumulo di placche di beta-amiloidea livello cerebrale, uno dei segni neuropatologici principali dell’Alzheimer, sia nei livelli di diversi biomarcatori presenti nel sangue.
Tra questi:
- pTau217, una forma della proteina tau fosforilata associata ai processi neuropatologici tipici dell’Alzheimer
- NfL (Neurofilamenti a catena leggera), indicatori aspecifici ma sensibili di danno assonale e neurodegenerazione
- GFAP (Proteina Acida Gliofibrillare), proteina che riflette l’attivazione degli astrociti, cellule di supporto del sistema nervoso, indicatori di neuroinfiammazione
Nel corso dello studio, i livelli di uno di questi biomarcatori (pTau217 ratio, derivato da pTau217) sono aumentati dal 29% al 95% più rapidamente nelle persone con obesità rispetto a quelle senza. Anche l’accumulo di amiloide nel cervello misurato con la PET è risultato più veloce negli obesi rispetto ai non obesi, suggerendo una progressione biologica della malattia più rapida.
IL RUOLO DEI BIOMARCATORI
Negli ultimi anni, la ricerca sull’Alzheimer si è concentrata sempre più su biomarcatori precoci di malattia che permettono cioè di individuare segnali biologici della malattia anche anni prima della comparsa dei sintomi cognitivi. Rispetto alle tecniche di imaging cerebrale (come la PET) e rispetto ai marcatori misurabili nel liquido cerebrospinale, i biomarcatori nel sangue sono rispettivamente meno costosi e meno invasivi, quindi più semplici da raccogliere e ripetibili, caratteristiche che li rendono ideali non solo per la diagnosi ma potenzialmente anche per un monitoraggio nel tempo.
«Attualmente in Italia, i biomarcatori ematici non sono approvati come dispositivo medico-diagnostico. I cambiamenti dei loro livelli in una fase pre-sintomatica della malattia, ovvero prima che la malattia si manifesti clinicamente, e la loro potenziale applicazione in una popolazione a rischio, potrebbe servire aidentificare precocemente quei soggetti in cui, oltre alla presenza di fattori di rischio noti, siano presenti già indicatori neuropatologici della Malattia di Alzheimer», chiarisce la dottoressa Gemma Lombardi. La misurazione ripetuta potrebbe essere utile nel monitoraggio clinico evolutivo e anche per valutare la risposta ai nuovi trattamenti. Molti studi supportano l’applicazione dei biomarcatori plasmatici in contesto clinico e dal 2025, la Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti li ha approvati per la diagnosi della malattia di Alzheimer, segnando una rivoluzione nella diagnosi precoce.
UN PARADOSSO DA CHIARIRE
Un aspetto curioso emerso dallo studio riguarda i dati iniziali: all’inizio dell’osservazione, le persone con obesità presentavano livelli più bassi di biomarcatori nel sangue. Secondo i ricercatori, questo fenomeno potrebbe essere spiegato da un effetto di “diluizione”. Nelle persone con obesità, infatti, il volume totale di sangue è maggiore e le proteine circolanti possono risultare meno concentrate.
«Questo dato – spiega la dottoressa Lombardi – non significa necessariamente che il rischio nelle persone con obesità sia stato finora sottostimato. Sebbene la relazione tra obesità e disturbo cognitivo sia complessa e variabile con l’età, è ben nota la relazione bidirezionale. L’obesità in età media adulta è un fattore di rischio per successivo sviluppo di disturbo cognitivo in età più avanzata, mentre il dimagrimento in età avanzata è associato a disturbo cognitivo. È altresì noto che i livelli dei biomarcatori plasmatici possano essere influenzati da alcuni fattori tra cui l’indice di massa corporea e la funzionalità renale».
IL RUOLO DELLA PREVENZIONE
Lo studio non dimostra direttamente che la perdita di peso possa rallentare la progressione clinica della malattia, ma suggerisce che il peso corporeo potrebbe influenzare alcuni dei processi biologici coinvolti nello sviluppo della Malattia di Alzheimer.
«Quello che è noto è che l’obesità è un fattore di rischio in età adulta per lo sviluppo di disturbo cognitivo a distanza di anni», prosegue Lombardi. «Correggendo l’obesità si possono potenzialmente ridurre i casi di demenza. Nello studio non viene invece valutato l’effetto a lungo termine dell’intervento “dimagrimento” sulla progressione del disturbo cognitivo già in atto in soggetti obesi. Nella ricerca menzionata, si fa riferimento infatti alla progressione neuropatologica, ovvero biologica della malattia, non alla progressione clinica, che può iniziare molti anni prima dei sintomi. Trattare l’obesità potrebbe porre le basi per prolungare la fase asintomatica o preclinica della malattia; questo intervento rientrerebbe quindi sempre in un’azione di prevenzione».


