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Oncologia

Correrò per sconfiggere una volta per tutte il tumore al seno

pubblicato il 12-10-2017
aggiornato il 17-10-2017

Parla Silvia Bezzi, una delle runner che prenderanno parte alla maratona di New York del 5 novembre. «Voglio arrivare al traguardo, anche se la gara più difficile l'ho già vinta»

Correrò per sconfiggere una volta per tutte il tumore al seno

Sul calendario appeso in cucina, c'è una data segnata in rossa: quella del due novembre, giorno in cui partirà per New York. L'obiettivo è portare a termine la maratona, a cui potrà partecipare grazie alla sforzo sinergico compiuto dalla Fondazione Umberto Veronesi e dall'azienda Pittarosso. Anche se Silvia Bezzi, 44 anni da Carugate (Milano), la sua gara più difficile l'ha già intrapresa. E, per il momento, superata. Il nemico vero, nel suo caso, si chiama tumore al seno: scoperto nell'estate del 2015, «mentre ero al mare con le amiche». Ma è sul come sia arrivata a riconoscere la malattia una delle oltre cinquantamila donne che ogni anno scoprono di avere la forma di cancro più diffusa che Silvia vuole focalizzare l'attenzione. «Tornata dalla spiaggia, feci una doccia. Insaponandomi, sentii una pallina sotto il seno sinistro. Un mese prima non c'era nulla: ne sono ancora certa. Eccola, l'importanza della diagnosi precoce». Un messaggio diretto a tutte le donne, di qualsiasi età. Perché i casi anche tra le ragazze più giovani sono in un aumento: dunque occorre serrare i controlli. Almeno quelli spontanei: efficaci e gratuiti. «A fine agosto ebbi la conferma della diagnosi. Era un tumore maligno, poco più grande di un centimetro. Il 14 settembre fui operata. Non fu un periodo semplice. Ma non persi un minuto per piangermi addosso. E a fine ottobre disputai la prima Pink Parade».

TUMORE AL SENO: I SEGNI E I SINTOMI A CUI PRESTARE ATTENZIONE

LA RESILIENZA PER VIVERE OLTRE IL TUMORE

Quella di Silvia è una storia in cui fortuna, coraggio, sensibilità e umiltà si tengono assieme. «Perché non ho mai pensato di fare qualcosa di diverso da quanto consigliatomi dai medici», ci tiene a precisare, in una fase storica in cui l'evidenza scientifica è sovente messa in discussione, fino talvolta a essere pure rinnegata. Da un anno e mezzo le è stata indotta la menopausa. A luglio del 2016 ha interrotto le terapie. «So bene che per definirmi guarita dovrò attendere altri tre anni. Ma per adesso sono contenta. Mi sento meglio di prima: segno che la resilienza esiste. La malattia mi ha portato a conoscermi meglio e insegnato a vivere il presente: un insegnamento diffuso tra noi ex pazienti, ma che è sempre meno frequente nel resto della popolazione». Il tumore è stato uno spartiacque, come quasi sempre accade, nella vita di questa donna, insegnante di educazione fisica alla scuola secondaria di primo grado e mamma di due figlie: oggi di 13 e 17 anni. «A loro non ho mai detto nemmeno una bugia. Mi hanno visto piangere: hanno capito i momenti in cui stavo peggio e hanno imparato ad apprezzare ancora di più il nostro rapporto». Idem dicasi per il marito. «Soffriva più di me quando facevo la chemioterapia, ma la solidità del nostro rapporto non è mai venuta meno». Non si sbaglia nell'affermare che l'unione famigliare può fare la differenza. «Mi auguro che nella loro memoria rimangano sopratutto gli aspetti positivi di questa esperienza». 

CON LA RICERCA SCIENTIFICA MIGLIORANO LE OPPORTUNITA' DI CURA

L'IMPEGNO DI SILVIA PER «PINK IS GOOD» 

Oggi la parola chiave per Silvia è una sola: equilibrio. «A darmi tranquillità è la consapevolezza di aver fatto tutto il possibile: intervento, chemioterapia, radioterapia. Ho sempre rispettato il calendario dei controlli, sono attenta più di prima allo stile di vita. E ho capito che i risultati della ricerca scientifica fnano la differenza, quando arrivano al letto del paziente». Da qui l'adesione a «Pink is Good». «Quando ero in cura, cercavo sempre di entrare in contatto con chi poteva già dire di avercela fatta. Ecco perché, adesso, ho deciso di diventare ambasciatrice contro il tumore al seno. Quando si è in difficoltà, la mente s'aggrappa a tutto pur di trovare nuove energie. E pensare di poter essere importante anche per una sola donna che sta affrontando la malattia mi dà un grande stimolo». Il tempo scorre. Il calendario segna meno 23 giorni all'appuntamento di New York. «L'agenda è piena, da qui a quella data. Però al viaggio già ci penso, eccome». E alla gara? «Pure, ma senza assilli». Giusto così. Perché Silvia, in fondo, ha già vinto. 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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