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Oncologia

L’aspirina anticancro? Ecco le conferme scientifiche

pubblicato il 08-07-2014
aggiornato il 03-02-2017

Molti i dati che confermano l’efficacia dell’antinfiammatorio nel ridurre rischio e mortalità di alcune forme tumorali, se assunto giornalmente a basse dosi. Ancora necessari ulteriori studi, a rischio la fattibilità

L’aspirina anticancro? Ecco le conferme scientifiche

Del possibile effetto preventivo in oncologia dell’aspirina, capostipite degli antinfiammatori non steroidei di largo uso, se ne parla già da qualche anno, con una parabola ascendente di conferme da parte del mondo scientifico. Il primo lavoro di rilevanza internazionale arriva nel 2007, con le ricerche coordinate da Peter Rothwell all’ateneo di Oxford, dalle pagine di The Lancet: prima di allora, di acido acetilsalicilico si sentiva parlare per trattare mal di testa, dolori ed era stato consolidato il suo impiego nell’abbattere il rischio cardiovascolare.

Da lì in poi, ulteriori studi del gruppo britannico e altri, fino ad arrivare, oggi, a un punto di stallo: aspirina, sì o no per prevenire il cancro? E soprattutto, su chi funziona? Il tema, discusso tanto in Italia quanto all’estero, è stato tra gli apripista dell’annuale congresso dell’European Society for Medical Oncology (Esmo) dedicato ai tumori gastrointestinali, appena conclusosi a Barcellona.

«Per la prima volta - afferma Alberto Sobrero, direttore del reparto di oncologia medica dell'azienda ospedaliero-universitaria San Martino di Genova -  si è esposta una società medica, l’International society of cancer prevention, con raccomandazioni specifiche: 100 milligrammi al giorno, ovvero un terzo della pastiglia in commercio, per cinque anni, nella fascia di età tra i 50 e i 65 anni. Indicazioni, però, al momento non incluse nelle linee guida internazionali».

 

I DATI

Facciamo qualche passo indietro. Dalle prime revisioni britanniche con dati di oltre cinquanta studi nati in realtà per valutare l’impatto di una dose giornaliera sul rischio di infarto e ictus, è emerso un beneficio a lungo termine della terapia prolungata sulla mortalità e la diffusione di alcuni tipi di tumore, primo tra tutti il cancro del colon-retto: in prevenzione, l’aspirina ne abbasserebbe il rischio del 24 per cento a 10 anni e la formazione di polipi pre-cancerosi. Evidenze si sono aggiunte anche per altre forme tumorali, tra cui polmone, seno, stomaco e fegato. Ultimo in ordine di tempo, uno studio della Yale School of Public Health di New Heaven riportato da Cancer Epidemiology, in cui il regime giornaliero a base di aspirina abbasserebbe del sei per cento il rischio di cancro pancreatico per ogni anno di terapia. In corso ulteriori ricerche, da indizi emersi nell’ultimo anno, come un plausibile effetto potenziato dell’antinfiammatorio in alcuni pazienti con specifiche caratteristiche molecolari.

 

IL PAZIENTE AL CENTRO

Tutti in farmacia, dunque? No e, stando alle ipotesi attuali, non ancora: dalla comunità scientifica, prima di sbilanciarsi e modificare la pratica clinica, si richiedono più dati. Persistono ancora dei dubbi riguardo, ad esempio, le controindicazioni a un uso prolungato di quello che, dopotutto, è pur sempre un farmaco e, in alcuni soggetti, può dar luogo a sanguinamento gastrico. Inoltre, In secondo luogo, la fattibilità di studi più approfonditi. «La comunità scientifica era pronta a iniziare studi prospettici, randomizzati con placebo, ora siamo in stallo – prosegue l’oncologo – Ci sono delle perplessità, alla luce di ulteriori dati che rafforzano le ipotesi iniziali. Pensiamo a un paziente che legge il consenso informato: accetterebbe di buon grado l’ipotesi di essere trattato con un placebo? La reazione potrebbe essere quella di andare in farmacia e comprarsi da sé il farmaco.» Un’ipotesi che, in scienza, si chiama ‘contaminazione’, e che influenzerebbe significativamente i dati, pesante ostacolo al raggiungimento delle risposte chiare che in molti vorrebbero.

 

 


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