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Oncologia

Nuove conferme per il «casco» che salva i capelli in chemioterapia

pubblicato il 27-02-2017
aggiornato il 17-07-2017

Due studi statunitensi ne confermano sicurezza ed efficacia, in termini di riduzione della caduta dei capelli. Il dispositivo è in uso in nove ospedali italiani per le donne in chemioterapia contro un tumore al seno

Nuove conferme per il «casco» che salva i capelli in chemioterapia

Arrivano nuovi riscontri in merito alla possibilità di preservare i capelli delle donne con tumore al seno sottoposte a chemioterapia. L’opportunità giunge dall’utilizzo di un «casco» refrigerante, il cui utilizzo s’è diffuso anche in nove centri italiani negli ultimi anni. Due nuove ricerche, entrambe pubblicate sul Journal of the American Medical Association, confermano la buona risposta da parte delle pazienti, con una perdita dei capelli in alcuni casi dimezzata rispetto a quella registrata nelle pazienti sottoposte alla chemioterapia, senza l’utilizzo del «casco».

 

LE ULTIME PROVE

Entrambi i riscontri giungono dagli Stati Uniti, dove fino al 2015 l’utilizzo del «casco» non era stato regolamentato dalla Food and Drug Administration (Fda), l'ente che dà l'ok alla messa in commercio di nuovi farmaci e dispositivi medici. L’ok è giunto l’8 dicembre di due anni fa e uno dei due studi riporta proprio i risultati che hanno portato alla validazione da parte della Fda. Le ricerche, che hanno goduto anche del finanziamento da parte delle aziende produttrici (Paxman Scalp Cooling e Dignitana), avevano il medesimo obiettivo: confrontare la perdita di capelli registrata nelle pazienti sottoposte alla chemioterapia, con e senza il «casco». Nonostante alcune differenze nella terapia somministrata, nei tempi di trattamento con il dispositivo e nello strumento di valutazione dell’alopecia, i risultati sono risultati pressoché analoghi. Il «casco» s’è confermato un valido antidoto alla perdita dei capelli, grazie alla capacità di raffreddare il cuoio capelluto e di restringere i piccoli vasi sanguigni che lo irrorano. In questo modo la quantità di farmaco che lo raggiunge si riduce. E di conseguenza i suoi effetti collaterali: tra cui il danno alle cellule in divisione nei follicoli piliferi. In entrambi i casi tutte le pazienti del gruppo di studio lo avevano indossato per i trenta minuti precedenti la somministrazione della terapia, durante la stessa per almeno un’ora e mezza successiva. Durata massima del trattamento: tre mesi.


I RISVOLTI PSICOLOGICI DELL’ALOPECIA

Nei due studi sono state arruolate soltanto donne con tumori al seno al primo (dimensione inferiore a due centimetri, senza il coinvolgimento dei linfonodi) o al secondo (dimensione inferiore a due centimetri con coinvolgimento dei linfonodi o superiore) stadio, in terapia adiuvante. Il motivo della scelta adottata dai ricercatori è spiegato da Saverio Cinieri, direttore dell’unità di oncologia medica e della breast unit dell’ospedale Perrino di Brindisi. «Le pazienti con un tumore al seno metastatico sono escluse poiché, dovendo essere trattate per lunghi periodi, se non per tutta la vita, il rischio di non poter comunque evitare l’alopecia è piuttosto alto. Nelle donne con una malattia al primo o al secondo stadio, invece, si cerca di prevenire questa fastidiosa ricaduta, che di norma è reversibile». Come dimostrato dalla seconda ricerca, per queste due categorie di pazienti i risultati sono stati confortanti: al punto da interrompere anzitempo lo studio per manifesta superiorità dei dati raccolti dal gruppo di donne sottoposte alla terapia con il «casco» refrigerante. «Per molti oncologi l’alopecia è un problema marginale, ma in realtà non è così - prosegue Cinieri -. Stiamo parlando dello stigma più visibile legato alla chemioterapia, che determina ansia e stress e accentua la nausea e la fatica. Non di rado, poi, il rischio di perdere i capelli funge da deterrente alle cure».

Tumore al seno: meno stress, più sopravvivenza

UNA SOLUZIONE ANCHE PER GLI ALTRI TUMORI?

Il dispositivo è oggi utilizzato in nove ospedali italiani: il Perrino (Brindisi), il policlinico Gemelli (Roma), il presidio ospedaliero Santa Croce (Fano), l’ospedale Infermi (Rimini), l’Istituto Oncologico Veneto (Padova), l’ospedale Maggiore (Trieste), la Fondazione Poliambulanza e gli Spedali Civili (Brescia) e l’Istituto Europeo di Oncologia (Milano). Le donne che desiderano richiederne l’applicazione contestuale alla somministrazione della chemioterapia non devono pagare nulla, dal momento che vengono inserite in protocolli di ricerca clinica. Al momento non è previsto l’impiego del «casco» né nelle donne colpite da altri tumori né negli uomini. Questo perché «per ragioni legate alla prevalenza della malattia e alle buone chance di guarigione, s’è deciso di partire dalle pazienti affette da un tumore al seno al primo o al secondo stadio - chiosa Cinieri -. Ma non è escluso che in futuro, se simili risultati saranno confermati anche a lungo termine, si possa considerare l’opzione di sperimentare l’uso del dispositivo anche per trattare pazienti con altre malattie oncologiche».
 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali.


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